La Russa: la situazione dei marò si aggrava, rompiamo gli indugi

«Al ritorno dalla Giordania del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli chiederò udienza per offrirgli un’idea su come risolvere la vicenda dei nostri marò in India». Lo dice il coordinatore Pdl Ignazio La Russa che, parlando con i giornalisti alla Camera, si è detto certo che anche Napolitano apprezza le iniziative di solidarietà e vicinanza ai fucilieri di Marina italiani detenuti nel Kerala. L’ex ministro della Difesa replica così a chi gli chiede un parere sulla situazione che si è creata: «Diciamo che quanto fatto finora non è bastato. Bisogna fare di più. Se le cose continuano così l’India li giudica, l’India li condanna, e a noi resterà solo la possibilità di chiedere la grazia. Questo è il percorso, e solo chi non vuole vedere non vede…». E ha aggiunto: «Credo che la comunità nazionale possa fare di più per i marò italiani prigionieri in India». L’esponente del Pdl ha sottolineato che «finora i toni bassi non sono serviti a nulla. Credo che le intenzioni delle autorità indiane siano evidenti: noi siamo convinti che si possa in ogni caso fare di più, anche se la situazione è oggettivamente complessa». Ma c’è una grossa novità nel caso dei due marò italiani implicati in un controverso scontro a fuoco con presunti pirati: a quanto pare, la squadra investigativa speciale (Sit) del Kerala che sta raccogliendo le prove «sospetta che una delle armi utilizzate dai militari debba ancora essere sequestrata». Lo scrive “The Times of India”. In un articolo che appare in prima pagina dell’edizione del Kerala si citano «autorevoli fonti» secondo cui «l’arma usata da uno dei marò non è fra le sette sequestrate a bordo della nave». Questo potrebbe voler dire che i marò non hanno sparato ai pescatori, anche se il quotidiano indiano non avanza questa ipotesi. Lo sviluppo, che in parte spiegherebbe il forte ritardo nella pubblicazione dei risultati della perizia balistica realizzata dalla polizia scientifica di Trivandrum, è legato alle insistenti notizie riguardanti una discrepanza emersa durante i test delle armi sequestrate sulla petroliera e i proiettili recuperati nei cadaveri dei pescatori uccisi. Le fonti hanno detto al giornale che una delle armi utilizzate nell’incidente non è fra quelle prelevate sulla “Enrica Lexie” e che «qualche altra arma è stata utilizzata da uno dei marò per sparare contro il peschereccio “St. Antony”». O che qualcun altro, con un’altra arma, abbia sparato al pescatore, diciamo noi. Il quotidiano aggiunge che «le prove realizzate possono aver mostrato l’inconciliabilità fra le armi a disposizione e i segni sui proiettili e le incamiciature» recuperate. Le fonti hanno ricordato che i segni su un proiettile sparato da una particolare arma sono unici «come le impronte digitali di ogni singola persona».
Questa situazione, si dice ancora, ha spinto il Sit a ripetere l’interrogatorio dei testimoni, compresi gli altri quattro marò che sono a bordo della petroliera. Venerdì scorso una commissione di ufficiali di polizia è salita a bordo della “Enrica Lexie” per interrogare, in presenza del console generale Giampaolo Cutillo e con l’ausilio di un questionario di 15 domande, Antonio Fontana, Alessandro Conte, Renato Boglino e Massimo Andronico. In particolare, conclude il giornale, le fonti hanno sostenuto che ai quattro marò sono stati chiesti particolari riguardanti le matricole e la descrizione delle armi che avevano a disposizione. Forse proprio per questo si allungano i tempi per i nostri due fucilieri di Marina detenuti in India, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che sono stati interrogati ieri in tarda mattinata dalla polizia indiana nel carcere di Trivandrum. Ma i due militari italiani non hanno risposto alle domande replicando di non riconoscere la giurisdizione indiana in questa vicenda. L’interrogatorio era stato autorizzato lunedì dal giudice istruttore di Kollam che aveva disposto altri 14 giorni di carcerazione giudiziaria per i due. La polizia indiana può aver cercato di approfondire cosa esattamente successe il giorno dell’incidente in mare, il 15 febbraio, e quale fu la dinamica della risposta armata dei marò al presunto attacco dei pirati. In precedenza, sempre in mattinata, il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, aveva incontrato a sua volta in carcere Latorre e Girone, ai quali ha consegnato alcune lettere e oggetti personali che gli erano stati affidati dalle famiglie. L’incontro con il nostro esponente di governo è durato due ore. Latorre e Girone sono in buone condizioni fisiche. Nella sua visita al carcere di Trivandrum De Mistura ha anche avuto un incontro con il direttore e il vicedirettore dell’istituto penitenziario che le fonti riferiscono essersi svolto con «toni cordiali». Ma la notizia negativa è che, sempre ieri, la sezione d’appello dell’Alta Corte di Kochi ha annullato la decisione presa la settimana scorsa da un giudice di primo grado della stessa Corte di autorizzare la partenza della petroliera italiana “Enrica Lexie”. Un ingegnere italiano, Luigi Di Stefano, che tra l’altro è stato perito di parte civile per il caso Ustica, ha preparato una perizia sulla base di tutti i dati disponibili (che sarà illustrata alla stampa domani alle 11,30 nella sede romana di Casapound). Di Stefano, tra le altre cose, ha rilevato che delle cinque navi in zona ben quattro (Enrica Lexie, Kamome Victoria, MSC Don Giovanni e Olympic Flair) sono identiche sia come colore che come struttura, e che pertanto qualsiasi tribunale giudicherebbe ininfluente l’indicazione relativa alla nave “nera e rossa” per l’identificazione della nave da cui è stato colpito il St. Antony. Ma la nostra fu l’unica nave che rispose alla chiamata della Guardia costiera indiana…