La primavera talebana scuote Kabul e gli Usa

Non è un caso se a tutt’oggi Kabul è una delle città più minate del pianeta. Gli eserciti invasori che sono passati di qua minavano le strade per non far entrare i nemici, e i cittadini minavano le strade per non essere invasi. Sì, perché la travagliata storia dell’Afghanistan passa tutta per queste strade, per queste piazze, per questi vicoli, per questi bei palazzi di Kabul, dove di volta in volta si sono insediati gli inglesi, i tagiki, i re afghani, i sovietici: come il palazzo Darul Aman, da dove per quattro anni, dal 1992 al 1996, Hekmtayar e Rabbani distrussero il 70 per cento della città scambiandosi cannonate per il predominio sui mujehaddin.
Kabul ha anche il destino di trovarsi sulla strada del Khyber Pass, tra Afghanistan e Pakistan, la Via della Seta, vera porta tra Asia centrale e Asia meridionale, punto strategico dal quale passarono Gengis Khan, Alessandro il Grande e molti altri oscuri condottieri asiatici. Vi passarono anche gli inglesi provenienti dall’India, per conquistare il Paese, mentre, passando  tempi più recenti, l’80 per cento dei rifornimenti americani affrontavano quello che Kipling definì «un colpo di spada in mezzo alle montagne». Recentemente è stato chiuso a causa degli attentati dei talebani pakistani contro i convogli Nato e delle successive reazioni Isaf che hanno colpito anche i civili.
Quello che è certo è che nei secoli chi ha voluto conquistare l’Afghanistan ha sempre scelto una strategia precisa: occupare regioni strategiche del Paese per poi alla fine entrare a Kabul. L’ingresso nella capitale ha sempre rappresentato l’inizio della fine per chi ci stava prima. Così fu per l’amministrazione imperiale di Sua Maestà, così per i sovietici e il loro fantoccio Najibullah, così per i talebani, costretti addirittura a fuggire da Kabul col favore delle tenebre per evitare i bombardamenti di Enduring Freedom e consentire la presa del potere dell’Alleanza del Nord, fatta dai mujehaddin di Massud e da altri leader afghani. Le forze regolari afghane si trovarono così a dover affrontare i talebani ma anche molti “signori della guerra”; e se non avessero avuto l’aiuto occidentale non sarebbero mai riusciti ad averne ragione. Ultimamente però stiamo assistendo a una controffensiva del talebani, aiutati anche in questo caso da vari “war’s lord” che li appoggiano per i più diversi motivi, che hanno come collante però la determinazione di cacciare gli anglo-americani, visto come autentici invasori anche dalla parte più moderata della popolazione. Gli attentati di domenica sono i prodromi di una ennesima caduta di Kabul? Staremo a vedere, quello che è sicuro è che gli alleati occidentali non vedono l’ora di lasciare la  patata bollente nelle mani dell’esercito del presidente Hamid Karzai, addestrato per anni dagli istruttori americani ed europei, italiani compresi.
Ma vediamo come sono andate le cose domenica e ieri nella tormentata capitale afghana. Intanto diciamo che c’è voluto un giorno intero per riportare la normalità a Kabul, investita domenica da una importante operazione organizzata dai talebani che hanno annunciato così la loro “Offensiva di primavera”, estesa anche a tre province orientali (Nangarhar, Logar e Paktia), e che si è conclusa con un saldo di 51 morti e 74 feriti. Gli insorti, alcuni nascosti da burqa e perfino con mazzi di fiori per confondere, sono entrati in azione in tre punti precisi della città (Zanbaq Square, il Parlamento e Pul-i-Charkhi Road) da dove hanno attaccato ambasciate, edifici pubblici, basi della Nato e anche un hotel nuovo di zecca (il Kabul Star Hotel). Ad un certo punto, come già fatto lo scorso settembre, un commando ha preso posizione su un edificio in costruzione sulla Sherpur Square, opponendo una dura resistenza smorzatasi solo ieri mattina. Da lì sono stati sparati razzi verso la sede della One Tv, la residenza del ministro dell’Interno, tre ambasciate (Gran Bretagna, Germania e Canada) e il palazzo presidenziale.
L’operazione è stata rivendicata dall’Emirato islamico dell’Afghanistan del Mullah Omar, per bocca di uno dei due portavoce ufficiali, Zabihullah Mujahid, che ha poi via via aggiornato la situazione, celando però il gran numero di militanti e suicidi (36) uccisi nella capitale e in provincia. Il presidente Hamid Karzai ha diffuso un comunicato in cui ha lodato la pronta reazione delle forze di sicurezza sottolineando che «esse hanno provato che possono difendere il loro Paese con successo». Un elogio a cui si è unito anche il comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), John Allen. Ma il capo dello Stato ha detto che l’attacco e l’infiltrazione dei terroristi a Kabul «sono stati il frutto di un fiasco dei nostri servizi di intelligence e specialmente di quelli della Nato».
L’offensiva di primavera è un chiaro messaggio per Washington. «Chiamatela pure, se volete, offensiva d’estate», dice Rahimullah Yusufzai, giornalista pakistano, esperto di questioni afghane e noto per aver intervistato il leader dei talebani, il mullah Omar, e l’ormai ex numero uno di al-Qaeda, Osama bin Laden. «È prevedibile che nelle prossime settimane i talebani continueranno a far parlare di loro». Sul tavolo non solo ci sono i guerriglieri prigionieri, ma anche il fatto che i talebani non vogliono essere esclusi dai futuri assetti dell’Afghanistan, ed è abbastanza chiaro che senza di loro non potrà essere formato un governo. E il messaggio è stato recapitato con violenza domenica a Washington, che a novembre affronterà le presidenziali…