La Lega fa quadrato per rifondarsi. Ma c’è da pedalare

Avanti tutta, pulizia, rinnovamento radicale. Bobo Maroni cavalca i sentimenti moralizzatori della base per riuscire a traghettare quel che resta del Carroccio verso il “nuovo”. Che tradotto significa, nell’immediato, far cadere qualche testa dell’establishment che ha guidato il partito dopo la malattia di Bossi (Rosi Mauro è una di queste) e, subito dopo, accreditarsi come forza politica baricentrica nel panorama politico del Nord.
L’uscita di scena del senatùr, vissuta dallo zoccolo duro come uno psicodramma, può rappresentare l’occasione storica per una rifondazione del movimento e per una nuova collocazione. Altrimento il Carroccio è destinato a una lenta agonia. «Adesso si gira pagina. Basta davvero. La Lega prosegue il suo progetto di cambiamento», dice l’ex ministro dell’Interno che sogna una forza politica «moderna» e presino «moderata», che esca dall’isolamento dell’Aventino antimontiano e dialoghi a trecentosessanta gradi. Un messaggio che non sembra cadere nel vuoto a giudicare dall’attenzione che i partiti dedicano a questa fase difficile e epocale della Lega. «La questione settentrionale non si esaurisce con l’uscita di scena di Umberto Bossi», è la considerazione trasversale di queste ore.
Se la caccia ai colpevoli è appena iniziata il senatùr, passate le lacrime dell’addio, torna in pista indossando i panni del “vecchio saggio” per rasserenare il clima ed evitare le risse del “redde rationem”.
«Io adesso devo stare lontano, non posso fare altro, devo stare un passo indietro, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda», dice sotto assedio delle procure. «Pulizia nei conti della Lega? È già in atto la pulizia, e c’è già chi la deve fare». Ma il passo indietro annunciato è anche uno stratagemma per lasciare sul proscenio i nuovi protagonisti e lavorare dietro le quinte.
Per Maroni non sarà una passeggiatea, stretto com’è tra il difficile test delle ammnistrative di maggio e l’incognita del congresso d’autunno. Chi pensa che potrà fare indisturbato il dominus della nuova Lega si sbaglia, i numeri per ora non sono dalla sua parte, puo controllare un quarto del partito (i suoi luogotenenti sono tutti in Lombardia) e con Roberto Calderoli (molto radicato in Veneto), l’altro triumviro insieme con la veneta Manuela Dal Lago, i rapporti sono pessimi anche sotto il profilo umano. Intanto brilla per attivismo e loquacità: ha parole di elogio per il senatur, di cui apprezza le dimissioni («è il solo che lo ha fatto. Questo dà lo spessore della sua persona»), approva e incoraggia le manifestazioni dei “barbari sognanti” che scalpitano insieme con i Giovani Padani. Le nuove generazioni si mettono sul mercato interno e si danno appuntamento a Bergamo, armati di scope e ramazze, per la serata dell’orgoglio leghista. «Noi ribadiamo la nostra stima, il nostro affetto e soprattutto il nostro rispetto nei confronti di Umberto Bossi – dicono – ma lo stesso non possiamo dire di chi ha infangato il movimento». Sono convincenti e la loro uscita pubblica è consacrata dalla dirigenza. Confermate le presenze del senatùr, di Maroni, di Calderoli e della Dal Lago. La serata per rimarcare «l’orgoglio padano», in programma martedì prossimo al PalaCreberg di Bergamo, trasloca alla Fiera Nuova in via Lunga perché – spiega soddisfatto il segretario provinciale di Bergamo, Cristian Invernizzi – le adesioni hanno già superato la capienza della struttura. Solo da Bergamo sono 800 le persone che arriveranno a bordo di pullman organizzati, a cui bisogna aggiungere le numerosissime adesioni già raccolte da ogni angolo della Padania».
Sperano in un bagno di folla per recuperare il morale azzoppato dalla bufera giudiziaria e dimostrare a detrattori e Cassandre che il partito è vivo e non getta la spugna. Al momento, «sono oltre 2mila i pasionari che hanno già assicurato la loro partecipazione, mentre il PalaCreberg non può che accoglierne 1.500 circa».
Dal summit prepasquale dei fedelissimi di Bossi tutti escono con le bocche cucite. C’è Roberto Calderoli, c’è Giancarlo Giorgetti e c’è l’europarlamente Roberto Speroni, del quale si erano perse le tracce. E ci sono anche i valenti amministratori dell’ultima generazione mentre qualche decina di militanti con le bandiere stazionano fuori della sede. A colloquio con Bossi, quindi, anche il governatore piemontese Roberto Cota, ex giovane promessa della Lega dialogante che butta alle ortiche celodurismo e ampolle del Po. Il primo ad arrivare è Roberto Castelli: «Bossi mi ha chiamato e sono qua, Avevo già gli sci in macchina e stavo partendo per la montagna».
Tra le teste che potranno cadere forse anche quella del Trota. Sulle dimissioni da consigliere regionale richieste dalla base («si è dimesso il Bossi sbagliato», sostengono), Maroni non dà parole ultimative ma lascia capire che la cosa non gli dispiacerebbe. «È una valutazione che dovrà essere fatta. Spetta al partito». Intanto si sprecano le dotte dissertazioni di sociologi e antropologi che vivisezionano il caso Lega. «Nella lega c’è il culto tribale del capo e questo non consente una normale, lineare successione. Bossi non poteva che essere, politicamente, ucciso, divorato», sostiene Marco Aime, autore fra l’altro del recente “Verdi tribù del Nord”. Ma è difficile che il coriaceo Umberto esca di scena in punta di piedi e si accontenti dell’affetto dei militanti. Alla domanda se pensa di correre per la segreteria al prossimo congresso, solo per fare un esempio, risponde un laconico «si vedrà».