«Il defibrillatore poteva essere utile»

Sull’onda di quanto accaduto sabato con la morte del 25enne Piermario Morosini abbiamo incontrato Ivo Pulcini, medico personale del Dalai Lama, direttore sanitario dello staff medico della Lazio, professore all’Isef, medico dello sport, nonché cardiologo di fama internazionale.

Dottor Pulcini, come va interpretato il fatto che l’autopsia eseguita su Morosini non abbia fornito risposte definitive?

È probabile che la morte sia dovuta a un’aritmia scatenata dalla displasia del ventricolo destro, tipica della morte da sport in Europa. Se così fosse, si sarebbe dovuto ricorrere al Bls (supporto di base alle funzioni vitali) o al defibrillatore. È una morte elettrica.

Le sembra valido il sistema di formazione permanente dei medici?

No. È previsto solo l’Ecm (Educazione continua in medicina). Si fanno corsi nei quali i medici devono ottenere un determinato punteggio. Ma se un cardiologo ha l’Ecm in oculistica a cosa serve? In alcuni casi ci si affida ai Ctu (Consulenti tecnici dei tribunali) e capita che intervengano in ambiti disciplinari in cui però non hanno competenza specialistica. Ci sono chirurghi in Italia che prendono lo stipendio con un solo posto letto e senza operare: dovrebbero essere sottoposti a conferme. In Germania, ogni anno, l’Ordine esamina l’attività dei medici: devono operare, con successo, tante persone. In caso di problemi l’esame si ripete. La medicina è estremamente seria. Non si può essere raccomandati all’ammissione a Medicina, agli esami, né mai: di fronte a una persona che sta morendo, la raccomandazione non serve a nulla. Anzi è dannosa per il paziente.

Esiste la discrezionalità del medico sulla concessione dell’idoneità sportiva?

È subordinata alla visita clinica e agli esami strumentali. Se l’esame obiettivo è negativo e gli esami sono negativi, e non ci sono sospetti nemmeno nell’anamnesi, si dà l’idoneità. Poi, davanti all’imprevisto e l’imprevedibile, non si può fare niente. Il medico deve agire secondo scienza e coscienza. Si può dichiarare un atleta rivedibile dopo sei mesi anziché dopo un anno, ma in questi casi ci si assume la responsabilità.
Oggi spendiamo quanto un bilancio di Stato per la medicina difensiva. Sottoponiamo i pazienti a esami inutili per tutelarci davanti al giudice. Ma questi esami strumentali sono costosissimi e qualche volta anche cruenti e dannosi. Vengono fatti solo perché non ci si assume la responsabilità del professionismo.

Ci illustra il caso di Sebastian Eguren, nazionale uruguaiano, acquistato un anno fa dalla Lazio, e poi da lei dichiarato inidoneo? Com’è possibile che ora sia in attività in Spagna?

Faccio il certificato di idoneità a tutti quelli che vengono tesserati dalla Lazio, rispettando i sensi di legge, con esami che vanno oltre gli stessi. Eguren presentava una patologia che controindicava l’attività agonistica del calcio. Feci visitare il calciatore da consulenti di alto livello che confermarono la mia diagnosi. Da tale patologia non si guarisce. Si può forse curare ma, non avendo sotto mano il ragazzo, questo non lo posso sapere. All’estero la legge purtroppo non impone le visite agli atleti, quindi capita che scendano in campo senza esser stati controllati. In Italia dal 1978 abbiamo invece una legge che tutela la salute degli sportivi. In Germania si usano traccianti chimici che aiutano a capire se un atleta ha fatto uso di doping, che può scatenare talune malattie. Questo in Italia non viene fatto.

Non sarebbe giusto coordinare i controlli in Europa per evitare distorsioni sportive, come quella di Eguren?

È una vergogna che in Europa non ci sia una coordinazione della medicina sportiva, che accolga segnalazioni relative ad atleti che in taluni Paesi possono giocare e in altri no.