Guarda un po’, diminuiscono gli stipendi…

Una favola finita male, quella di Mario Monti. Niente principe azzurro e niente risveglio. Solo mele avvelenate, dalle tasse ai portafogli vuoti. Tra gli italiani e il premier il flirt è agli sgoccioli (molti pensano che non sia mai iniziato). Non solo perché – come ribadito da Maurizio Gasparri – «professori e tecnici non ci stanno portando fuori dal tunnel», ma anche perché pessimismo, terrore da spread, tasse, aumenti dei beni alimentari, stangate sulla benzina hanno bucato il portafogli. Peggio di così non potevamo stare. E neppure lo stipendio fa tirare il fiato: i dati sono i peggiori dal 1983. A marzo – rivela l’Istat – la variazione rispetto a febbraio è stata nulla e tutti gli stipendi hanno perso potere d’acquisto, perché a un aumento medio annuo dell’1,2 per cento ha fatto seguito una crescita annua dell’inflazione del 3,3 per cento. Si stava meglio un anno fa, checché ne dicano Bersani e la Bindi. Uno schiaffo a chi, come il popolo viola e i dipietristi, brindarono alle dimissioni di Berlusconi. E a provarlo sono proprio quelle cifre che la sinistra sventolava a mo’ di arma contundente contro il centrodestra.

Contratti in attesa
I salari hanno perso potere d’acquisto e i contratti non sono stati rinnovati. L’Istat segnala che un lavoratore dipendente su tre è in lista d’attesa: precisamente il 32,6 per cento complessivo. Una quota che, restando nel settore privato, si riduce al 12,3 per cento. Cifre che dicono, in ogni caso, solo una parte delle verità nascoste. Anche chi ha avuto la fortuna di vedersi rinnovato il contratto, infatti, ha dovuto attendere ben 27 mesi e non di rado ricorrere all’arma dello sciopero per sbloccare la vertenza. Così anche la Cgil, che pure segnala la questione lavoratori pubblici al quarto anno di blocco contrattuale, è poi responsabile di una parte della perdita del potere d’acquisto, essendo uno dei sindacati che più, in questi ultimi anni, ha fatto ricorso all’arma delle agitazioni e delle proteste. Da qui a un paio di settimane, ad esempio, arriverà un nuovo sciopero generale che preoccupa Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. «Lo sciopero generale – afferma – è uno strumento estremo che va utilizzato quando ci vuole, ma non tutti i giorni, anche perché pesa molto sulle buste paga». E Luigi Angeletti conferma. Bonanni? «Ha detto una cosa concreta – sostiene – non so quanto valga per l’intera economia ma sulle buste paga incide».

L’esproprio fiscale
Se gli stipendi sono ridotti all’osso i redditi dei lavoratori e delle loro famiglie sono ancora più bassi. Su quanto percepito come retribuzione oraria contrattuale, infatti, si scarica anche il peso del fisco che sommato alla parte contributiva fa si che circa la metà di quanto percepito non arrivi nelle tasche del salariato. L’azienda paga e il lavoratore non riscuote. Un meccanismo perverso che alza i costi aziendali, penalizza le assunzioni e scoraggia gli investimenti esteri in Italia. Se inflazione e blocco dei contratti hanno fatto allargare oltre misura la forbice tra salari e prezzi, le tasse in busta paga fanno ampliare il cuneo fiscale, aumentano i costi, riducono i redditi, deprimono i consumi e contribuiscono a ingessare l’economia del Paese. Ecco perché un governo che si propone di dare nuovo impulso alla crescita, non può mantenere una pressione fiscale tanto alta. Così come lo stesso governo, se vuole aumentare l’occupazione non può ridurre la flessibilità in entrata. Secondo un’analisi della Cgia di Mestre un occupato dell’industria con uno stipendio di 1.226 euro costa al suo datore di lavoro ben 2.241 euro. Questo ultimo importo – viene specificato –  è dato dalla somma della retribuzione lorda (1.672 euro) e dal prelievo a carico del datore di lavoro (pari a circa 568 euro).

Crescita cercasi

Bankitalia fa qualche conto e auspica che almeno l’aumento della pressione fiscale determinato dal governo Monti (tre punti percentuali entro il prossimo anno) sia temporaneo e venga via via soppiantato da una riduzione della spesa. E la Corte dei Conti fa osservare che le tasse sono troppo salate per poter pensare che, stante questa situazione, sia possibile anche puntare allo sviluppo. Anzi, quello che è certo è che ci saranno sicuramente effetti recessivi, «perché – avverte la Magistratura contabile –  è concreto il rischio di un cortocircuito tra  crescita e rigore». La spending review, che dovrebbe consentire di risparmiare le somme necessarie per tagliare le tasse, è però ferma al palo. Il ministro Piero Giarda, incaricato dal premier Monti di effettuare una ricognizione in questo senso, ha alzato bandiera bianca chiedendo l’istituzione di una task force apposita. Intanto, a meno di nuove manovre, diventa a rischio il conseguimento del pareggio di bilancio nel 2013 e le associazioni dei consumatori informano che l’aumento della tassazione introdotto negli ultimi mesi è pari all’8 per cento del reddito e potrebbe generare una spirale economica negativa, con un calo medio dei consumi di circa il 9 per cento. Tutto qui? No, potrebbe non bastare. Sottrarre risorse all’iniziativa privata per destinarli alla spesa pubblica, in gran parte parassitaria e clientelare, avrà tra gli effetti anche quello di ridurre il Pil. Le associazioni dei consumatori parlano di cento miliardi di euro, ma le stime potrebbero anche rivelarsi troppo ottimistiche.