Gli italiani vedono nero: la fiducia al minimo storico

Mai così bassa dal 1996, ovvero dall’inizio delle serie storiche: in aprile la fiducia dei consumatori ha toccato quota 89, perdendo più di sette punti dal 96,3 di marzo. Quello che impressiona è il generale senso di scoramento che ha preso gli italiani e che investe con forza anche il domani. A fotografarlo è stata l’Istat, in un’indagine che investiga tutte le componenti del clima di fiducia e che evidenzia come anche l’indicatore riferito al futuro subisca un crollo drastico: passa da 86,3 a 76,6, ovvero fa registrare 9,7 punti in meno. Le statistiche confermano dunque quello che ormai era chiaro a tutti: la crisi e la sua gestione hanno eroso anche la fiducia degli italiani, non solo le loro risorse.
A scorrere i dati sembra un bollettino di guerra: i giudizi e le aspettative sull’andamento generale dell’economia italiana risultano in forte peggioramento (i saldi diminuiscono rispettivamente da -111 a -127 e da -45 a -69); aumenta significativamente il saldo delle risposte relative all’evoluzione futura della disoccupazione (da 88 a 106); peggiorano i giudizi e le previsioni sulla situazione economica della famiglia (rispettivamente da -54 a -63 e da -25 a -39) e le valutazioni prospettiche sul risparmio (il saldo scende da -71 a -85). E l’inflazione? Per non farci mancare nulla, le valutazioni prospettiche sull’evoluzione nei prossimi dodici mesi segnalano una accentuazione della dinamica inflazionistica (il saldo sale da 33 a 50). E purtroppo questa volta la nostra sembra proprio un’Italia unita, unita però da questo sentimento totalmente negativo, da cui non si salva nemmeno il Nord che rischia così di perdere quell’afflato trainante sull’economia italiana: nel Nord-Ovest l’indice del clima di fiducia scende da 96,4 a 90,5; nel Nord-Est da 98,4 a 88,8; al Centro da 95 a 91,5; nel Mezzogiorno da 96,2 a 86,5. Quali le cause? Una risposta aveva tentato di darla – anticipando la lettura Istat – la Confcommercio, con l’analisi Outlook Censis-Confcommercio su consumi e clima di fiducia delle famiglie italiane: con stipendi bloccati e spese fisse in crescita, l’Italia vede nero e mangia male, nel senso che taglia laddove mai le famiglie vorrebbero. Nei consumi alimentari. Il motivo è stato chiarito dal presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. «Per i contribuenti in regola la pressione fiscale è del 55%, i consumi del 2012 scenderanno del 2,7% e nel quadriennio 2011-2014 gli aumenti dell’Iva bruceranno 38 miliardi di consumi. Questi dati ci dicono la drammaticità e la durata di questa recessione».
Non è un mistero per nessuno che la pressione fiscale in aumento e i prezzi ormai fuori controllo dei prodotti energetici e delle utenze domestiche stiano accelerando la recessione in atto, diffondendo un clima di insicurezza le famiglie. E sono proprio i dati della Confcommercio a chiarire come si traduca nella pratica il calo di fiducia fotografato dall’Istat: l’87% delle famiglie contattate per l’indagine ha riorganizzato le spese alimentari optando sempre più frequentemente per le offerte speciali e prodotti meno costosi; il 78% ha ridotto pranzi e cene fuori casa; il 63% gli spostamenti in auto o scooter; il 40% ha rinunciato alle spese per abbigliamento e calzature. «Occorre intervenire per una radicale revisione della spesa pubblica che – ha sottolineato Sangalli – permetterà una ripresa dei consumi per disinnescare la mina dell’aumento delle aliquote Iva, insieme al recupero dell’elusione e dell’evasione che serviranno a diminuire la pressione fiscale». Ma, ha precisato il presidente di Confcommercio, «la delega fiscale varata dal governo non va in questa direzione e non aver costituito il fondo per la riduzione delle tasse è stato un grave errore».