«Dopo vent’anni è solo un passetto…»

Non è il segnale storico sollecitato dall’opinione pubblica sull’onda emotiva degli scandali, ma non è neppure una truffa, è un piccolo passo in avanti. Per Margherita Boniver, politica di lungo corso, l’accordo raggiunto faticosamente dai tecnici della maggioranza (li chiamano sherpa per l’impresa ardua) in materia di fondi pubblici ai partiti arriva con un ritardo scandaloso, che non fa ben sperare nella capacità della politica di autoriformarsi.

Più controlli e trasparenza dei bilanci ma nessun taglio. Può bastare?

Ha dell’incredibile che a distanza di vent’anni da Mani pulite e Tangentopoli i partiti non abbiamo saputo creare un sistema di finanziamento della politica a prova di bomba, trasparente, verificabile e adeguato.

Devono ridurre drasticamente gli alimenti per evitare i forconi sotto casa?

La strada non è l’abolizione dei rimborsi. Un partito deve poter usufruire di un finanziamento automatico, a meno che non si voglia fare a meno della politica che garantisce la democrazia e sostituirla con un’agenzia di rating. Non possiamo lasciare l’esercizio del potere nella mani dei miliardari.

Quindi era contraria al referendum per abolire il finanziamento pubblico?

Ho votato no al referendum radicale pur sapendo che esiste il problema. Nella Prima repubblica regnava un sistema opaco che ha prodotto uno sfracello che ha dissolto nell’acido cinque partiti, nella Seconda repubblica non è cambiato nulla,  siamo ancora agli scandali, alle truffe, alle ruberie, come viene fuori soprattutto dal caso Lusi.

Non c’è soluzione?

Questa intesa sull’emendamento al decreto fiscale (che ieri è stato dichiarato inammissibile) è un passo in avanti ma fatto frettolosamente sotto la pressione degli scandali. E la fretta, si sa, non è una buona garanzia. Personalmente sono favorevole al sistema statunitense che prevede in modo trasparente il finanziamento dei privati ai comitati elettorali: attraverso il meccanismo del matching fund la cifra versata viene considerata un fondo pubblico che viene raddoppiat dallo Stato. In Italia, invece, se dovesse combinarsi il dato dell’impopolarità e della sfiducia totale nei partiti al netto calo dei finanziamenti dei privati, rischiamo di cadere dalla padella alla brace.

Nel testo si prevede una commissione “ad hoc” per la trasparenza. Il passato ci insegna che le commissioni di inchiesta e di controllo non hanno mai raggiunto grandi risultati

L’importante è che funzioni. I cittadini devono sapere, capire e controllare euro per euro, non possono sopravvivere zone grigie. Un vantaggio del tanto abborrito “porcellum” con le liste bloccate ha reso le campagne elettorali a costo quasi zero riducendo le spese personali.

Una posizione impopolare. L’elettorato vuole tornare alle preferenze

Mi auguro di no, sono per un sistema alla tedesca.

Ma lei crede ancora nella capacità della politica di autoriformarsi?

Oggi i ritmi della politica sono in contrasto con quelli della colossale speculazione dei poteri finanziari, ha ragione Tremont e lo dico con amarezza. La tendenza ad abbattere il welfare e questo clima di austerità sono un progressivo picconamento al nostro modo di vivere, che negli anni ‘80 ha prodotto una crescita impetuosa.

Se la politica resterà troppo debole per tenere testa al potere economico, la prospettiva è “Monti for ever”?

Mi auguro che al termine della legislatura si torni al metodo classico della democrazia diretta, vorrei darlo per scontato ma non è cosi automatico. A Monti va dato atto che si sta sporcando le mani in sala macchine, ma è troppo debole.