Complotto no; inchiesta a orologeria probabilmente sì

Giustizia. In suo nome sono state fatte così tante nefandezze che è ormai difficile commentare con equilibrio. Ha ragione Emilio Fede quando dice che “quando cade un albero tutti si gettano a fare legna”. Il problema è che non sai quando toccherà al prossimo, perché con questo modo di istruire le inchieste non si salva nemmeno il Papa (e infatti hanno provato a montare più di un Vaticangate anche di recente…). L’ex governatore leghista del Veneto Luca Zaia dice che lui non crede ai complotti. La base leghista invece sì. “Sono i magistrati nominati da Roma che vogliono colpire l’unica opposizione al Governo delle banche” è la parola d’ordine che si spande da via Bellerio fin nelle valli dell’entroterra leghista. Lo ripeteranno candidati e simpatizzanti per tutta la campagna elettorale, trasformando l’attacco della magistratura in una medaglia d’onore e una patente di radicale diversità. Un dato è incontrovertibile: il processo stampa (perché in Italia poi sempre a questo ci si riduce) è partito in contemporanea con il deposito delle liste per le amministrative. Poteva accadere una settimana prima o anche una settimana dopo la chiusura delle urne. Il tempismo, si sa, non è un dato di eccellenza del sistema giudiziario italiano. Ci sono fascicoli su reati gravissimi che giacciono in un cassetto per trent’anni. Sappiamo tutti che le intercettazioni telefoniche durano spesso anni ed è quanto mai curioso che gli stralci o le anticipazioni selezionate escano sempre e solo quando se ne può fare un uso politico. Qualche leghista ha stornato fondi? Probabilmente sì. Qualche giudice lo sapeva e ha aspettato le elezioni per darne pubblicità. Sicuramente. Ci vuole trasparenza nei bilanci dei partiti, indubbiamente. Ma poi facciamo trasparenza anche nelle procure, perché siamo veramente ben oltre il limite della decenza.