Bufera sulla Lega: indagano tre procure

Riciclaggio, truffa e appropriazione indebita. Investimenti «opachi» a Cipro e in Tanzania e presunti contatti con la ’ndrangheta. Nella maxi inchiesta delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria che ha coinvolto la Lega c’è un po’ di tutto. E non basta il doveroso garantismo e il fatto che tra i pm ci sia anche quel John Henry Woodcock, già protagonista di inchieste che non sono approdate a nulla.
Le accuse e la difesa dei diretti interessati, con il conseguente scaricabarile e il conseguente “taglio della testa” di un singolo esponente, (in questo caso il tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, accusato di aver sottratto circa 18 milioni di euro e che in serata ha rassegnato le dimissioni) evocano i tempi di Mani pulite e del «mariuolo» Mario Chiesa. Anche la linea difensiva, espressa dalla deputata leghista Francesca Martini è la stessa dei deputati socialisti dell’epoca: «Questa mattina si presentano le liste per le elezioni amministrative e proprio stamattina scatta il blitz nella sede della Lega di via Bellerio? Più che l’orologio contro la Lega qui si usa il timer».
Singolare nemesi, per un partito nato e prosperato sulle macerie di Tangentopoli: una nemesi coronata dalle perquisizioni anche nell’ufficio di via Bellerio di Daniela Cantamessa, una delle segretarie del leader Umberto Bossi, e nell’abitazione della donna. Oltraggio estremo per il senatùr che ha fatto del motto «Roma ladrona» il grido di battaglia. Gli inquirenti precisano che Bossi e i suoi inquirenti non sono indagati, ma pesano come un macigno dal punto di vista mediatico le motivazioni delle perquisizioni secondo cui, Belsito «ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero». Tra questi impieghi, si legge ancora, «risaltano nelle conversazioni telefoniche «i costi della famiglia, intendendosi par tali gli esborsi effettuati per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord». La difesa dei fedelissimi? «Tirare in ballo Bossi mi sembra un modo per screditare l’unica forza di opposizione». Così Igor Iezzi, segretario provinciale di Milano che «Bossi non fa dei soldi la sua ragione di vita. Mangia a pizza e beve Coca Cola». Prima di entrare nella sede di via Bellerio, l’esponente leghista ha poi sottolineato come quella di stamane sia stata «una perquisizione mediatica nel giorno del deposito delle liste». Ma sono gli accertamenti della procura reggina, quelli che lasciano temere scenari più preoccupanti: Riguarda presunti legami tra esponenti della ‘ndrangheta reggina e alcune società, tra cui la Siram, che avrebbe intrattenuto rapporti con uomini della Lega, il filone di indagine di Reggio Calabria.
Perquisizioni che riaprono antiche lacerazioni nel partito. Per l’ex ministro, Roberto Maroni, «il momento da cogliere per fare pulizia» L’esponente del Carroccio pensa alla necessità di «fare un’operazione trasparente e mettere le persone giuste al posto giusto»; un percorso che, secondo Maroni, non può che iniziare dalle dimissioni del tesoriere, Francesco Belsito: «pur riconoscendo il principio di innocenza – ha chiarito Maroni a margine di una lezione organizzata dal gruppo studentesco dei giovani padani presso l’università cattolica di Milano – credo che questa inchiesta debba indurre il nostro amministratore a fare un passo indietro». Una posizione condivisa anche da molti ascoltatori di Radio Padania: Quando indagano tre procure una certa preoccupazione ci può essere», dice Maurizio da Milano, ma non è l’unico a pensare che «un po’ di ordine e di pulizia sia il caso di farlo». «Voterò sempre e comunque Lega – dice Mike dalla provincia di Monza e Brianza – ma è ora di fare piazza pulita, di farsi un esame di coscienza e ricominciare da capo con la militanza».