Bossi jr lascia il suo incarico d’oro, Rosy Mauro a un passo dall’addio

Renzo Bossi ha mollato, travolto dallo scandalo dei fondi neri della Lega, dalle intercettazioni che ne hanno svelato l’uso disinvolto dei fondi del partito e non ultimo, dalle confessioni del suo autista, che ieri s’è definito il suo “bancomat” personale. Il figlio di Umberto ha lasciato la poltrona più pesante, quella di consigliere regionale della Lombardia, un incarico da 15mila euro l’anno: comunque la si voglia vedere, nessuno di coloro che ultimamente sono stati travolti dagli scandali politico-giudiziari, da Penati a Lusi, allo stesso leghista Davide Boni, aveva fatto la medesima, dolorosa,  rinuncia. «Senza che nessuno me l’abbia chiesto faccio un passo indietro in questo momento di difficoltà, do l’esempio», ha detto a Tgcom24. «Spero che la magistratura possa dare delle risposte alle domande che oggi ci si pone. Sono sereno, so cosa ho fatto e soprattutto cosa non ho fatto e non sono indagato. In consiglio regionale negli ultimi mesi ci sono stati avvenimenti che hanno visto indagate alcune persone. Io non sono indagato, ma credo sia giusto e opportuno fare un passo indietro per il movimento». Per quanto riguarda le dimissioni da segretario del padre Umberto, Bossi jr commenta: «È stata una scelta difficile fatta per salvare il movimento e dare alle domande che tutti si pongono, le risposte che nel giro di poco tempo si avranno». Ora sono in tanti, nella Lega, e non solo il “nemico” Maroni, a premere per le dimissioni di Rosy Mauro, vicepresidente del Senato, che potrebbe annunciarle già oggi. La Lega ha poche alternative: deve scegliere la strada dell’umiltà, tagliare i rami secchi e compromessi con le inchieste e riprendere la strada delle alleanze storiche con il Pdl, sia a livello locale che nazionale. E in questo senso il ruolo dei Cota e degli Zaia, molto più di  quello più “estremista” e isolazionista di Maroni, può essere molto utile al futuro del centrodestra.

Un rapido addio alla politica
Quando il padre era da poco rientrato dalla convalescenza in Svizzera, nell’autunno del 2004, era lui, il primo dei tre figli di Umberto Bossi e Manuela Marrone, ad aprire la porta agli ospiti, che si trattasse di un parente stretto come lo zio Franco o dei membri della segreteria politica della Lega, che in quei drammatici mesi si riuniva a Gemonio e non in via Bellerio, o si trattasse anche di Silvio Berlusconi, allora capo del governo. Renzo Bossi, che ieri si è dimesso da consigliere regionale della Lombardia sull’onda delle inchieste giudiziarie sulla gestione dei rimborsi elettorali della Lega Nord, incominciava allora a prendere gusto per i riti della politica, giovanissimo e premuroso aiutante dei genitori. La stampa, dopo che si era affacciato insieme al capo al rientro sulla scena dalla finestra della casa di Carlo Cattaneo a Castagnola, in Svizzera, era il 2005, iniziò a indicarlo come il delfino di papà Umberto, il quale tre anni dopo sul Monviso, prima di riempire l’ampolla, lo declassò a “trota” nel tentativo di proteggerlo dalle pressioni. Oggi, a 24 anni, l’ascesa di Renzo Bossi nella Lega è arrivata al capolinea.

Il plauso leghista al gesto
«Onore al merito per la scelta fatta oggi da Renzo Bossi. Stiamo avendo la reazione giusta, quella che ci chiedono i nostri militanti e la gente. Ci rilanceremo. I gufi del malaugurio si rintanino pure». I primi commenti dei big del Carroccio sono cauti e positivi, come quello del presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota. Meno diplomatico, invece, Roberto Calderoli, che invita alle dimissioni anche il vicepresidente del Senato: «Le dimissioni di Rosy Mauro? Vale lo stesso ragionamento che ha fatto Renzo Bossi. È un gesto di responsabilità, difficile, ma che aiuta il movimento a superare una fase del genere». E sugli scandali, aggiunge: «Ci è cascato in testa uno tsunami, ora dobbiamo dimostrare che siamo come i giapponesi che in pochi mesi ricostruiscono tutto e non come le baraccopoli qui in Italia che stanno lì per anni».