Arriva la pagella di Monti: rimandato

Ogni rivoluzione porta qualcosa di nuovo. E quella di Monti – come si è letto per settimane sui grandi giornali – era una grande rivoluzione. Il Palazzo conquistato, la folla plaudente, i telegrammi dei leader europei, la strizzatina d’occhio di Obama. Cambierà qualcosa, dicevano gli ottimisti. No, è già cambiato tutto, replicavano i protagonisti del ribaltone. Nel mezzo, il signor Rossi, che suda sette camicie per portare uno stipendio a casa e si concede solo qualche pausa al bar, davanti a una tazzina di caffè. Dopo mesi di illusioni si guarda attorno: emergenza giovani, povertà, spread, salari, prezzi alti. Che cos’è cambiato? Niente. Anzi, la situazione è peggiorata. Di nuovo c’è soltanto un aumento delle tasse. E viene il dubbio: si sono persi quattro mesi di tempo. E proprio Giorgio Napolitano, grande “padre” durante la stagione che ha visto le dimissioni di Berlusconi e l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi, oggi parla di «quadro cupo», sollecitando governo e Parlamento a lavorare per la ripresa. In primis, con la riforma del lavoro che «deve creare occupazione per i giovani». Ma all’articolo 18 è stato fatto appena il lifting. E l’operazione non è riuscita granché bene.

La riflessione del Quirinale
Quando il presidente della Repubblica parla di «inquietanti e allarmanti dati economici» e sottolinea che «stiamo vivendo un ritorno di clima invernale sui mercati» fotografa correttamente la situazione, ma poi, incredibilmente, si stupisce del fatto che  la crescita venga invocata e non perseguita, con «una molteplicità di azioni, impegni di imprese e iniziative pubbliche» che deve accompagnarsi al rigore sui conti dello Stato. Monti, dunque, è riuscito a scontentare anche il suo principale sponsor che certo non lo chiama in causa con nome e cognome, ma contento sicuramente non è. Il perché è presto detto: ci si è limitati a «invocazioni quotidiane», alla «parola in più», agli accorgimenti «poco più che verbali», quando sarebbero state necessarie azioni concrete. Monti forse non ha deragliato del tutto, ma è sicuro che ha azionato lo scambio sbagliato. «Non c’è crescita – dice il capo dello Stato – che non sia competitiva, che possa reggere alle nuove condizioni competitive del mercato globale». Perciò, o si dà corso a riforme tali da consentirci di tagliare questo traguardo oppure si fanno solo parole. Il riferimento alla riforma del mercato del lavoro è evidente, ma altrettanto evidenti sono le proccupazioni per il delinearsi del «rischio povertà» per le famiglie che si coniuga con l’ampliarsi dell’area del «disagio sociale». E a metà aprile 2012, la colpa non può essere certo data a Berlusconi.

Matteoli: la crisi si è aggravata

Monti non nega che la situazione sia difficile ma per lui, almeno sul fronte delle reazioni dei mercati, la colpa è della Spagna che non riesce a fare le riforme necessarie. Da Madrid Mariano Rajoy gli risponde invitandolo sostanzialmente a pensare alla trave che ha nel suo occhio piuttosto che alla pagliuzza che affligge gli altri e Altero Matteoli sottolinea che «con Berlusconi a Palazzo Chigi si dava per scontato che l’aumento dello spread fosse colpa del Cavaliere, mentre adesso tutto sarebbe dovuto alla Spagna e non alla riforma del lavoro». Probabilmente «si sbagliava allora e si sbaglia anche oggi. Quello che è certo è che la crisi economica si manifesta in modo ancor più devastante di quando governava il centrodestra». Ergo, questo esecutivo non ha fatto nulla contro la crisi. Anzi, il suo lavoro potrebbe essere stato addirittura controproducente. Un modo di ragionare che trova conferma nelle valutazioni che arrivano dal ministero dell’Economia. Il sottosegretario Vittorio Grilli  non ha avuto difficoltà ad affermare che il governo dovrà rivedere al ribasso il Pil italiano. Di quanto per il momento non si sa, l’ultima indicazione era dello 0,4 per cento, mentre la Ue è già scesa a -1,3. «E noi – puntualizza Grilli – siamo sempre abbastanza coerenti con le stime della Commissione europea».

Mercati col fiato grosso
Quanto questo discorso sia fondato lo si capisce dando uno sguardo a quello che succede sui mercati. L’allarme spread si è riaffacciato prepotente, con il differenziale Btp-Bund che nella mattinata di ieri ha toccato i 409 punti base, le borse sono tornate in altalena e il rendimento dei titoli pubblici è praticamente raddoppiato.  Ieri, all’asta, il Tesoro ha collocato tutti gli otto miliardi di euro di Bot a dodici mesi che costituivano l’offerta, ma pagando un rendimento al 2,84 per cento dall’1,492 dello scorso mese. Per i Bot a tre mesi, invece, si è passati dallo 0,492 all’1,492 per cento: tre volte in più rispetto all’asta di marzo. Se questo stato di cose dovesse continuare, c’è il rischio che lo Stato dilapidi sul fronte degli interessi per il  finanziamento del debito larga parte di quanto incassato con le manovre di questi mesi, col risultato che alla fine saranno necessarie nuove stangate. Il presidente del Consiglio per il momento lo esclude, ma l’esigenza di una manovra bis è già venuta fuori dalle dichiarazioni di operatori e tecnici e confermata dal Financial Times e dal Wall Street Journal. Finora questa eventualità è stata sempre messa in relazione con un ulteriore taglio al Pil determinato dalla recessione in atto, ma è evidente che anche la spesa per interessi finirà per fare la differenza. Intanto l’introduzione delle nuove tasse ha portato la pressione fiscale oltre quota 45 per cento e le attese connesse al pagamento dell’Imu stanno determinando un calo del reddito disponibile delle famiglie che sta penalizzando i consumi. Di questo passo è evidente, che l’impulso sul fronte della crescita auspicato dal presidente della Repubblica tarderà a manifestarsi a meno che il governo, con la riforma fiscale che si annuncia per i prossimi mesi, non decida di effettuare una redistribuzione delle risorse per abbattere il costo del lavoro, incentivare i salari e premiare le famiglie. Intanto, però, sappiamo che, a partire dal prossimi autunno, l’Iva tornerà a salire, con tutto quello che ne conseguirà in termini di nuovi rincari.