Alessandro Campi: «Tira aria di elezioni anticipate»

«A mettere in fila i diversi elementi sembra quasi che ci sia stia preparando alle elezioni anticipate». Alessandro Campi lo dice «con molta brutalità» nel giorno in cui Pierferdinando Casini annuncia il Partito della nazione, Pierluigi Bersani di fatto si autocandida a premier e il Pdl manda un nuovo avvertimento al governo Monti. «Lo scenario previsto era la fine naturale della legislatura, ora si sta registrando un’accelerazione», sottolinea il professore di Storia del pensiero politico, ricordando che le aspettative per la conclusione dell’«esperimento detto del governo tecnico» includevano anche una «normalizzazione del quadro politico». 

Oggi, però, questa normalizzazione appare ancora piuttosto lontana. Davvero ci sono le condizioni per andare al voto anticipato?

Il fatto è che non ci sono più le condizioni che si erano immaginate. Il governo tecnico, strada facendo, si è rivelato molto al di sotto delle aspettative: nel giro di qualche settimana si è rimangiato tutti i guadagni che aveva fatto registrare, il percorso parlamentare si è complicato, il rapporto con i partiti che nominalmente lo sostengono si è fatto difficile. Dal punto di vista economico e politico è un po’ come se fossimo tornati alla casella di partenza. In questo quadro, per i partiti andare avanti fino a primavera potrebbe non essere più utile al Paese e a loro stessi. Gli scandali che si susseguono a ritmo quotidiano fanno capire che rischiano di andare incontro a un’agonia che potrebbe penalizzarli pesantemente, hanno capito che per loro il tempo utile si è ristretto e cercano di riprendere il controllo della situazione.

È possibile senza che si concretizzino i progetti di autoriforma della politica e di riforma dello Stato?

Ora quei progetti appaiono come una strada pesantemente in salita. Il rischio è di non riuscire a fare nessuna di queste riforme e questo rischio ne comporta un altro: dare spazio alle forze antagoniste al governo Monti o a qualche nuovo attore. Si profilerebbe un quadro ancora più disastroso dell’attuale. Ognuno, per quanto possibile, sta studiando una qualche proposta che possa risultare minimamente innovativa.

La mossa di Casini è chiara, ma gli altri?

Gli altri hanno un problema di disgregazione e devono partire col fronteggiare quello. La Lega da qui a giugno avrà chiuso la sua partita interna e potrebbe avere tutto l’interesse a misurarsi con la sfida elettorale con una classe dirigente rinnovate. Pdl e Pd vanno entrambi incontro a una situazione di crescente disgregazione e hanno un futuro nella misura in cui trovano il modo di ricompattarsi, anche perché proprio per l’operazione di Casini sono a rischio di perdere la componente centrista. La vera sfida di Casini non è tanto quella di aggregare questo o quel ministro tecnico, ma il tentativo di creare un’area politica trasversale che tolga al Pd qualcosa della componente ex Margherita e al Pdl un pezzo dei centristi. L’operazione Pisanu potrebbe essere letta in questa chiave.

Messa così fa pensare a un “catch all party”…

Se vogliamo nobilitarlo politologicamente, il “partito acchiappatutto” potrebbe anche starci, nel senso di una forza trasversale che ingloba pezzi della politica, della società civile… È un progetto che può funzionare solo se Casini fa una campagna acquisti a larghissimo raggio.

Ma può funzionare anche politicamente? È un progetto organico?

In questo momento dietro non c’è nulla di organico, definito, ideologico o culturale. Casini scommette sullo sfascio del sistema, anche lui è in una logica emergenziale e punta a mettere insieme pezzi disparati della politica, delle istituzioni, della società. Il collante non è né l’ideologia, né qualche blocco d’interesse, né tanto meno l’idea di un partito dei moderati. Ora si presenta solo come una risposta politica a una situazione di dissesto. Ammesso che l’operazione possa riuscire, poi bisognerà vedere come si potranno far convivere queste realtà.

Ovvero come superare i problemi che si sono già posti per Pd e Pdl?

Lui non ama sentirselo dire, ma di fatto questo è un processo federativo e la logica è simile a quella di Pdl e Pd. Finora questo tipo di aggregazioni non sono andate granché bene. Molto dipenderà dalla sua capacità di porsi come persona fisica, come garante. Berlusconi per il Pdl lo ha fatto con il suo carisma personale e con la forza finanziaria. Casini pensa di poter fare la stessa cosa facendo leva su altre capacità, come quella di visione politica. Magari ci riuscirà anche, ma è chiaro che si tratta di soluzioni che dimostrano di essere molto precarie e fragili.

Come va letto l’incontro di Berlusconi con Montezemolo?

Prima di tutto come un tentativo di frenare l’idea che Montezemolo possa entrare nel polo di Casini. Però per come sono state presentate le cose (l’ipotesi circolata sarebbe di un Pdl che affianca una grande lista civica nazionale, ndr.) non è un gran segnale politico. Sembra si dia per scontato che la strategia vincente sia quella di Casini. Ma questa è una fase molto complessa, tutti si stanno preparando alla scadenza elettorale, tutti corteggiano tutti e l’unica cosa che si può dire è che da tutte le parti è molto caotica. È molto difficile dire come ricomporre il quadro politico, tutte le previsioni sono molto labili e non è escluso che se ne vedano di tutti i colori, con attraversamenti di campo dell’ultim’ora e soluzioni in extremis.