Un’americana a Berlino attratta dai giovani nazisti

A un anno dall’uscita nelle librerie americane, il destino che accompagna Il giardino delle bestie di Erik Larson è già segnato e promette di essere più che roseo. Tom Hanks ha infatti preannunciato che ne ricaverà un film, proprio come avvenuto con The Devil in the White City, il precedente volume di questo scrittore, interpretato sul grande schermo da Leonardo di Caprio.
Uscito da qualche settimana anche in Italia per Neri Pozza (con la traduzione di Raffaella Vitangeli), il libro di Larson racconta la vicenda di William Dodd, mite professore di storia nominato nell’estate del 1933 ambasciatore americano a Berlino, e di sua figlia Martha, ammiccante bionda, particolarmente incline alle compagnie maschili e a molteplici infatuazioni lampo. Il volume appare sostanzialmente come un saggio dal fortissimo accento narrativo e questa è di certo la ragione che negli Usa lo ha portato in vetta alle classifiche, ma è anche il suo limite, perché certe considerazioni e commenti sembrano decisamente più adeguati a un romanzo.
In 560 pagine sono raccolti i resoconti dei diari dell’ambasciatore e della figlia, da cui viene fuori uno spaccato interessante sia per comprendere quanto avvenuto in quegli anni nella Germania nazionalsocialista, che per mettere a fuoco l’atteggiamento statunitense nei confronti di Hitler e dell’antisemitismo. Sì, perché leggendo le pagine de Il giardino delle bestie, ci si accorge che l’ambasciatore Dodd, almeno in un primo tempo, non soltanto non nutriva alcuna avversione nei confronti di Hitler e del suo governo, ma anzi mostrava una certa disponibilità, tanto che dopo un incontro con il cancelliere tedesco, scrisse parole inequivocabili al segretario di Stato americano: «L’effetto complessivo del colloquio è stato molto più favorevole di quanto mi sarei aspettato per quanto attiene al mantenimento della pace mondiale».
Oltre all’atteggiamento del diplomatico, quel che colpisce è anche l’entusiasmo iniziale della figlia rispetto al nazismo. La giovane, infatti, si mostrava eccitata dalle idee nazionalsocialiste, esaltata nel vedere la nuova generazione di tedeschi e pronta a tentare di giustificare anche atti violenti addebitati ai seguaci di Hitler: «I giovani hanno volti luminosi, pieni di speranza – scriveva Martha nel suo diario – […] questi ragazzi tedeschi sono belli e floridi, ma anche buoni, sinceri, ricchi, mistici, selvaggi, raffinati, speranzosi, aperti all’amore e alla morte, profondi, meravigliosi… Strane creature questi giovani della nuova Germania dalla croce uncinata». Il rapporto fra la figlia del diplomatico e i nazisti è ulteriormente rafforzato dalla storia d’amore da lei vissuta con l’allora capo della Gestapo, Rudolf Diels.
Ma non è tutto, perché quel che emerge dal libro di Larson è anche come l’antisemitismo di quegli anni non fosse prerogativa della Germania hitleriana, come viene spesso fatto credere, ma un sentimento coltivato anche da buona parte della democratica società americana e dai suoi stessi capi. Anzi, nel migliore dei casi negli Usa la presenza ebraica in importanti istituzioni era considerata come un fastidio, tanto che lo stesso ambasciatore statunitense a Berlino parlava con estrema naturalezza di «problema ebraico».
Il disincanto verso Hitler da parte dell’ambasciatore nacque soltanto a seguito della famigerata «Notte dei lunghi coltelli», quando a fine giugno del 1934, il capo del nazionalsocialismo eliminò centinaia di avversari interni di partito, molti dei quali giustiziati senza alcun processo e senza possibilità di dimostrare la propria estraneità rispetto a paventati complotti anti-hitleriani, addotti quali giustificazioni di arresti e fucilazioni. Da quel momento il diplomatico americano incominciò a rivolgere pressanti appelli al governo statunitense per avvertirlo delle reali intenzioni del Führer e della deriva della situazione tedesca, sia rispetto agli ebrei, sempre meno tollerati in Germania, che rispetto alle nazioni vicine e alla guerra. Appelli, rimasti inascoltati dal potere Usa e dallo stesso presidente Roosevelt, tanto che nel Natale del 1937 l’ambasciatore Dodd fu costretto a dimettersi, sostituito da Hugh Wilson. Per comprendere cosa pensassero i vertici Usa dell’antisemitismo e del nazismo bastano le parole del diplomatico scelto da Roosvelt per sostituire il lamentoso Dodd. Il neo-ambasciatore Wilson, infatti, una volta insediatosi a Berlino accusò la stampa americana di essere «controllata dagli ebrei» e di «cantare inni ispirati all’odio proprio mentre in Germania ci si sforzava di costruire un futuro migliore». Lodò Hitler, definendolo «l’uomo che ha trascinato il suo popolo dalla disperazione morale ed economica all’orgoglio e alla palese prosperità che oggi lo caratterizzano».
Giusto per capire, poi, il ruolo di Martha, la storia delle infatuazioni politiche e sentimentali della giovane è particolarmente turbolenta, poiché dopo l’alto ufficiale nazista, si innamorò anche di un certo Boris, funzionario dell’ambasciata sovietica a Berlino, in realtà spia di Stalin. E dopo essere rimasta delusa dal nazionalsocialismo, Martha stessa divenne spia al servizio dell’Urss, mentre il padre Dodd, tornato negli Stati Uniti, tenne numerose conferenze in tutto il paese per avvertire, inascoltato, della minaccia costituita da Adolf Hitler.