Tutte le gaffe (sobrie e tecniche) dei Mario boys

Monti e i suoi ministri nei primi quattro mesi di attività rischiano di entrare nel Guinnes dei primati. Quello delle gaffes. L’ultima, in ordine di tempo, la «bufala» degli elogi di Barack Obama al nostro premier di cui non vi è traccia nei resoconti ufficiali della Casa Bianca. Quasi contestuale alla lettera (di scuse?) al Corriere della Sera in cui si dice «molto rammaricato» delle reazioni alle sue frasi sul consenso di esecutivo e partiti prese «fuori dal contesto».
Il premier aveva fatto capire sin dall’inizio che non avrebbe fatto rimpiangere Berlusconi in questo campo. Andiamo a ritroso nel tempo: A Bruxelles, il 22 novembre, Mario Monti parla davanti ai big del Vecchio Continente. Discorso sobrio, e gaffe altrettanto sobria: «Il nostro Paese andrà più a fondo nelle riforme strutturali». Josè Manuel Barroso lo guarda e sorride maliziosamente. Il premier a quel punto si corregge: «Volevo dire incisiviamente». Frasi infelici che sono bazzecole rispetto a quelle dei suoi “tecnici”.
Un numero a parte del nostro giornale meriterebbe la vera star della satira del nuovo esecutivo, la ministra del Welfare Elsa Fornero. Una che, tra le lacrime in conferenza stampa di presentazione della riforma delle pensioni, le frasi sulla «paccata» di soldi, la figlia con «il doppio posto fisso», è la primatista delle figuracce.
Al dicastero del Welfare sono specializzati nel campo: il vice, Mario Martone, giovane accademico che suscitava molte aspettative nella propaganda montiana, ci mette poco a bruciarsi il credito. Fino al 24 gennaio quando spara la sua considerazione: «Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato»: E per non essere da meno il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri rincara la dose con la sua draconiana: «I ragazzi di oggi cercano il lavoro vicino mammà». Con la inevitabile raffica di critiche e osservazioni riguardanti il suo di rampollo, rampante manager con la scrivania vicina alle gonne materne. A proposito di privilegi e privilegiati, i tecnici in questione che predicano sacrifici per tutti si trovano poi in situazioni imbarazzanti. Come Guido Improta che al Corriere della Sera che gli chiedeva del patrimonio poco “sobrio” emerso dalla dichiarazione dei redditi (96 fabbricati e 61 terreni), rispose candido: «Non sono ricco». Ancora si aspetta di conoscere una definizione di ricchezza secondo i parametri del sottosegretario ai Trasporti.
Il sottosegretario Carlo Malinconico fece appena in tempo a mangiare panettone e torrone. Il 10 gennaio fu costretto a dimettersi dalla delega all’Editoria per un soggiorno «a sua insaputa», in un albergo lussuoso a spese di un imprenditore della «cricca». C’è poi chi ha rischiato di dimettersi per qualche frase avventata. È il 7 marzo quando il ministro per la cooperazione e l’integrazione, Andrea Riccardi, si lascia sfuggire una considerazione poco sobria sul segretario Pdl, Angelino Alfano in una conversazione con la Guardasigilli, Paola Severino: «Vogliono solo strumentalizzare: è la cosa che mi fa più schifo della politica». Nell’antologia degli strafalcioni non possono mancare quelli di Piero Giarda. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento è una specie di mister Bean della situazione:  È passato alla storia lo show del 16 dicembre: aula alla Camera, tra ordini del giorno e repliche costringe il presidente dell’assemblea a una serie di richiami. Nel citare un ordine del giorno, primo firmatario il deputato Mecacci si limita a dire: «Mecacci & company», neanche fossero una band musicale. Talmente riottoso all’etichetta da far arrabbiare qualche mese dopo la deputata Pd, Rosa Calipari. Il ministro la chiama «signora Calipari», anziché usare il consueto «onorevole». C’è da capirli, sono tecnici: tra una gaffe e l’altra, impareranno anche l’etichetta.