Trattativa Stato-mafia: e adesso chi pagherà per quella resa ai boss?

Adesso chi “pagherà” per quella trattativa? Il giorno dopo le rivelazioni choc emerse dai giudici della Corte d’assise di Firenze – che hanno depositato le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo di Francesco Tagliavia per le stragi del ‘93 a Firenze, Roma e Milano – non si placano le polemiche e gli interrogativi sui risvolti emersi dalla sentenza. Le conclusioni dei magistrati – che hanno spiegato come «l’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia» – assieme alla datazione della trattativa stato-mafia nel 1993 e allo scagionamento di Forza Italia dal “contesto” («non ispirò le stragi»), hanno aperto un vero e proprio caso storico-politico. Proprio sull’estraneità di Fi, si è espresso in maniera netta il segretario del Pdl Angelino Alfano: «Non abbiamo avuto bisogno di aspettare questa sentenza per sapere chi siamo, chi eravamo e da dove veniamo».

Gasparri: nessuno resti impunito

«Dalla Corte di assise di Firenze è arrivata una clamorosa conferma. La trattativa con la mafia ci fu, ma la fecero i vertici dello Stato nel ‘93. Sbaglia chi data questi fatti al 1992». Per il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri le novità che emergono dalla stagione delle stragi non possono non aprire nuovi scenari. Ma, prima di ogni cosa, queste stesse motivazioni chiudono una delle polemiche che hanno ammorbato la politica nell’ultima stagione: «Gli stessi magistrati di Firenze nella loro sentenza smontano poi la teoria di una trattativa successiva attribuibile ad ambienti del centrodestra». Dipanato questo elemento, secondo Gasparri, «i fatti non sono così misteriosi. La verità è sotto gli occhi di tutti». La trattativa fu quella riguardante la cancellazione del 41 bis. La conferma arriva «dall’ex ministro della Giustizia Conso, che faceva parte del governo Ciampi, il quale ha detto con chiarezza alla Commissione Antimafia: “Cancellammo il carcere duro per attenuare l’offensiva stragista della mafia”. Più confessione di questa?».

Responsabilità nella Giustizia
In effetti, come è emerso dalle oltre 500 pagine della sentenza depositata l’altroieri dalla corte presieduta da Nicola Pisano, l’atto di accusa è stato rivolto anche alla gestione della giustizia, di chi doveva sapere, «soggetti di così spiccato profilo istituzionale», hanno scritto riferendosi agli ex ministri Nicola Mancino e Giovanni Conso, entrambi chiamati come testimoni al processo. I giudici non hanno utilizzato mezze parole: «Esce un quadro disarmante che proietta ampie zona d’ombra sull’azione dello Stato nella vicenda delle stragi». Davanti a questa accusa, le conclusioni del capogruppo del Pdl al Senato puntano dritto: «Uno dei responsabili è stato Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica e a lungo ministro dell’Interno, che si è certamente avvalso dell’opera dell’allora capo della Polizia Parisi». Nemmeno «il ministro dell’Interno dell’epoca Mancino può dire che non sapeva nulla, perché la sua posizione appare sempre più imbarazzante. Così come i capi dei governi di quel periodo, Giuliano Amato prima ma soprattutto Carlo Azeglio Ciampi non possono chiamarsi fuori». A questo punto «la storia va portata in Tribunale, questa è la vicenda che ha messo lo Stato in ginocchio davanti a Cosa Nostra. Inutile accanirsi invece contro leali servitori dello Stato che vengono perseguitati in base a teoremi sballati».

Il dibattito sul “concorso esterno”

Ma il responso dei giudici di Firenze non è stato l’unico motivo di polemica. Anche ieri, infatti, si è continuato a discutere sul reato di concorso esterno, a partire proprio dalle ultime vicende che hanno scatenato l’opposizione del pm Ingroia, che ai microfoni de La Zanzara di Radio24 ha definito Dell’Utri «ambasciatore della mafia», e del procuratore Caselli: «Prima la sentenza della Cassazione su Mannino, poi quella su Dell’Utri e il verdetto sulla strage di via dei Georgofili a Firenze, non costituiscono alcuno scandalo né un cambio di linea della magistratura. Esse infatti rappresentano una chiara e netta presa di posizione nei confronti di quegli inquirenti che hanno distorto e snaturato un reato già di per sé assurdo». A parlare è Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, per il quale «il concorso esterno in associazione mafiosa, se correttamente usato, come ideato da Giovanni Falcone, aveva lo scopo di colpire quei personaggi che pur non essendo affiliati alla criminalità organizzata ne favorivano l’attività commettendo reati specifici, evidenti e gravi». In questi anni, secondo Cicchitto, è stato trasformato da una certa magistratura, «in un’arma da usare contro gli avversari politici. Se dunque la Cassazione ha riportato la barra della verità al centro, non c’è nulla di scandaloso».