Terzi si assolve per tre volte: “Ho fatto bene”

Aveva iniziato su Twitter domenica, ha proseguito sul Corriere della Sera ieri. Giulio Terzi ha deciso di reagire con un “non ci sto” alle critiche montate in queste settimane di crisi indiana, esplose con l’uccisione di Franco Lamolinara e passate anche per il pasticcio della presunta liberazione di Rossella Urru. «Ritengo le critiche utili quando sono costruttive, non credo che tutte lo siano state, ma ritengo estremamente importante dimostrare il senso dell’unità e della determinazione della nostra politica estera per sostenere ruolo, dignità e interessi del nostro Paese e dei nostri connazionali nel mondo», ha scritto il ministro degli Esteri, che oggi sarà al Senato per riferire sulla Nigeria e sull’India.  

Un’autodifesa debole
L’intervento di Terzi e i twitt che lo avevano preceduto sono stati la risposta a un articolo di Angelo Panebianco sul CorSera di domenica. Il giornalista rilevava tutta la debolezza della politica estera italiana, emersa sia nel caso nigeriano sia in quello indiano. Soprattutto rispetto a quest’ultimo, però, parlava di «diversi e gravi errori del governo». Il primo: i “difetti di comunicazione” con il comandante della Enrica Lexie nel momento in cui è stato deciso l’ingresso nelle acque territoriali indiane. Il secondo: il ritardo con cui è stata coinvolta l’Ue. Il terzo: il «troppo zelo» nel ribadire che non volevamo rovinare i nostri rapporti, prima di tutto economici, con Nuova Delhi. Terzi ha replicato sostenendo che lui aveva dato parere negativo all’uscita della petroliera dalle acque internazionali, che da subito ha voluto un’azione decisa nei confronti dell’India, che la sua visita nel Paese era «per far vedere a quel governo e ai nostri militari quanto tieniamo a una sollecita soluzione». In realtà, il ministro non ha chiarito nessuno dei dubbi sollevati da Panebianco il quale, per altro, ha elencato né più né meno gli stessi errori che sono stati elencati da più parti nel corso della crisi, quelli che evidentemente sono sotto gli occhi di tutti. Di più, l’autodifesa di Terzi è apparsa debole: scaricava le colpe della situazione in cui si trovano i marò sul capitano della petroliera, sosteneva una mano ferma che nessuno ha percepito, “vendeva” come legata alla crisi una missione che era fissata da tempo e su temi economici. Lui stesso, a ridosso del viaggio, disse che si sarebbe parlato «anche» del caso dei marò, cosa che effettivamente è avvenuta ma senza che vi sia stata alcuna ricaduta sulla sorte dei due militari e sul rispetto delle leggi internazionali, a dispetto delle quali Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono agli arresti nello Stato federale del Kerala.

Se il commercio conta di più

Inoltre, concludendo il suo articolo, il ministro ha indicato nei commerci la somma delle buone azioni della Farnesina: «Proprio la recente missione in Asia (quella in cui era compresa anche la tappa indiana, ndr.) ha confermato come con le riforme economiche e le liberalizzazioni messe in atto dal nostro governo l’italia rappresenti un mercato sempre più favorevole per gli investitori stranieri, mentre per le imprese italiane si apre un mercato, quello dell’Asean, da 600 milioni di individui». Poco più sopra Terzi aveva affermato che «l’immagine dell’Italia credibile sulla scena internazionale ci viene riconosciuta con sempre maggiore convinzione e frequenza sia sul piano economico che su quello più strettamente diplomatico». Ora, ammesso che questa credibilità ci venga davvero riconosciuta sul piano economico, difficilmente si può dire che ci venga riconosciuta anche su quello diplomatico. A ricordarcelo ci sono la morte di Franco Lamolinara, le speranze tradite sulla sorte di Rossella Urru e la vergogna senza precedenti di due militari in servizio arrestati in terra straniera.

Quando non basta pagare

Ieri Staffan de Misutra, rivelando che anche che Usa, Russia e Gran Bretagna sono state coinvolte per la soluzione del caso, ha ribadito che «nessun militare, di nessun Paese può essere giudicato fuori dal proprio Stato di provenienza». «Vale per tutti, indiani, americani, italiani», ha proseguito, dicendosi certo che il soldato americano che ha ucciso 16 afgani «non verrà giudicato in Afghanistan». Ad oggi, però, vale un po’ meno per gli italiani: in attesa che il giudice del Kerala si pronunci sulla giurisdizione, la difesa di Latorre e Girone si prepara al processo di merito e ad affrontare tempi di carcerazione lunghi. «Almeno due mesi», ha fatto sapere de Mistura, che domani rientrerà in Italia e sarà sostituito in Kerala dall’ambasciatore Giacomo Sanfelice e dal direttore generale per l’Asia della Farnesina Andrea Perugini. Ma ieri De Mistura ha anche lasciato intendere che, «sia che siamo dalla parte giusta sia nel torto», l’Italia potrebbe versare un risarcimento alle famiglie dei due pescatori indiani la cui uccisione viene attribuita ai marò. Che sarebbe un po’ come dire che anche in India andiamo a dimostrare che per noi le crisi si risolvono mettendo mani al portafogli, pratica che ci procura il biasimo dei partner quando si tratta di ostaggi e sulla quale sempre Panebianco, parlando del caso Lamolinara, scriveva che «potremmo chiederci non tanto perché i britannici non ci abbiamo informato in tempo quanto perché, essendo coinvolto un ostaggio italiano, non ci fossero sul campo anche le nostre forze speciali».