Sorpresa: i “tecnici” fanno a botte (in nome delle loro amiche banche)

Che ci sia stato uno scontro (e anche forte) all’interno del governo tecnico è dimostrato da un fatto incontrovertibile: Monti ci ha messo la bellezza di 6 ore – anzi, qualcosina in più – per svelare l’arcano mistero piombato sulle prime pagine di tutti i quotidiani online. Ministro contro ministro, Kramer contro Kramer, l’immagine idilliaca alla «volemose bene» data dai “professori” a Palazzo Chigi evapora all’improvviso. Il tutto, sulla testa dei pensionati in difficoltà, quelli che hanno bisogno di risparmiare anche l’ultimo centesimo per non trovarsi con le tasche vuote. Il casus belli è la scelta dei conti correnti gratis per i pensionati che percepiscono un assegno inferiore a 1.500 euro. I due contendenti sono i sottosegretari Gianfranco Polillo e Claudio De Vincenti. Il primo che annuncia in commissione Bilancio a Montecitorio un provvedimento per correggere la norma introdotta al Senato che prevede la gratuità de conti correnti; il secondo che, poco dopo, lo smentisce in commissione Finanze. Sul ring sale il Pdl, che avverte: nessuno si sogni di “punire” i pensionati, ciò che è stato deciso non si tocca. Il Pd, invece, si chiude nel silenzio, meglio andare cauti perché i panni spochi si lavano in famiglia. Ma tira una brutta aria, monta la rabbia sul web, piovono proteste. Monti, con un enorme ritardo, capisce l’antifona e ci mette una pezza: i conti correnti restano gratuiti. La sensazione è che ci abbiano provato. E che alla fine i professoroni sono stati costretti ad arrendersi.

Le due tesi contrapposte

«La misura è troppo onerosa per gli istituti di credito», aveva detto Polillo, quindi «il governo si riserva di intervenire in merito». Ma quando mai, ha replicato De Vincenti. Sulla norma approvata «l’esecutivo ha dato parere assolutamente positivo: di ciò che riporta un lancio di agenzia non mi importa nulla». Poi ha precisato: «Vale ciò che il Parlamento ha deciso». A questo punto i giornali on line vedono il  “giallo”. Subito, però, Maurizio Gasparri era intervenuto con una nota molto dura: «Cosa pensi il governo sui costi dei conti correnti bancari – ha detto – francamente ci interessa assai poco. Il Pdl ha proposto l’apertura dei conti correnti gratuita per i pensionati entro il tetto dei 1.500 euro e il Parlamento ha approvato. Così resta quindi stabilito. Con buona pace delle discussioni tra sottosegretari. Conosco e stimo sinceramente Polillo e sono certo della sua somma considerazione del Parlamento, che conta sul suo consenso, ma che non resta turbato dal suo dissenso. Tanto – ha concluso  – quel che abbiamo deciso non si cambia».

L’imbarazzo del Pd

Il Pdl, in sostanza, non si è fatto impressionare dalle dimissioni dei vertici dell’Abi. Non più tardi di mercoledì scorso, infatti, il segretario Angelino Alfano aveva incontrato i rappresentanti dell’Associazione bancaria italiana ai quali aveva ribadito che il Pdl sta dalla parte delle banche ma solo se le banche stanno dalla parte dei cittadini e delle imprese. Punto dolente è stato soprattutto ciò che i nostri istituti di credito hanno fatto dei prestiti all’1% ottenuti dalla Bce: 139 miliardi di euro in tutto che da Bruxelles hanno preso la via di Roma ma poi sono letteralmente scomparsi. Il governo invece sembra voler ignorare gli interessi dei pensionati per farsi carico di quelli delle banche. Il Pd – che pure aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco di fronte all’emendamento sui conti correnti gratuiti proposto, oltre che da Simona Vicari (Pdl), anche da Filippo Bubbico (Pd) come battitore libero – lavora sotto traccia per ripristinare lo status quo. E non ci sono soltanto i rapporti con Monti a determinare questo atteggiamento di Bersani e dei suoi, c’è anche la necessità di dare spiegazioni a Giuseppe Mussari, attuale presidente dimissionario dell’Abi e in passato “banchiere rosso” al timone del Monte dei Paschi di Siena. La Banca in cui gli enti locali della zona, tutti rigorosamente a conduzione Pd e di sinistra, continuano ad avere il pacchetto di maggioranza.

Ottimismo sul lavoro

Quiete dopo la tempesta in materia di riforma del mercato del lavoro. Nella giornata di mercoledì il clima si è molto rasserenato, tanto che nella mattinata di ieri il presidente del Consiglio, nel corso di un’audizione alla Camera, è potuto venire allo scoperto affermando che il negoziato «è in dirittura d’arrivo». Una sorta di imprimatur a tutto il resto, dopo che la stessa presidenza del Consiglio era intervenuta con una nota che annunciava la convocazione delle parti sociali a Palazzo Chigi per il prossimo 20 marzo e le elogiava per «lo spirito di collaborazione e il contributo di idee offerto fin dal primo momento». In quell’occasione dovrebbero essere tirate le somme sullo stato delle trattative iniziate il 23 gennaio e tentare una conclusione, con un piano di accordo che dovrebbe tagliare il traguardo entro marzo. Tutto fatto, quindi? Non proprio. Ostacoli sembrano essercene ancora. E non solo perché Rete imprese Italia fa sapere che se aumenterà il costo del lavoro per le piccole e medie aziende, così come previsto dalla bozza della Fornero, disdetterà i contratti collettivi di lavoro. C’è anche un problema di fondi per gli ammortizzatori sociali e c’è la messa a punto della normativa che dovrebbe portare al superamento dell’attuale articolo 18.

Il nodo del diritto al reintegro
Sul primo versante è prevista l’archiviazione della mobilità e dell’indennità di disoccupazione, sostituite dall’Aspi, sul secondo il diritto di reintegro per i lavoratori licenziati, che resterebbe soltanto per i licenziamenti discriminatori. Per quelli per motivi economici ci sarebbe invece solo un indennizzo, mentre per quelli disciplinari sarebbe il giudice a decidere se il lavoratore debba essere reintegrato oppure indennizzato, secondo quanto prevede il modello tedesco. È anche previsto un tetto al risarcimento in caso di reintegro che dovrebbe essere di 24 mesi. Il che significa che se anche una sentenza dovesse arrivare dopo 6 o 7 anni, come succede spesso, il lavoratore avrà diritto a due anni di stipendio arretrato, mentre i contributi per la pensione dovrebbero essere pagati per tutto il periodo.