Ramponi: se la vicenda dei marò diventa politica, stiamo messi male…

Il generale Luigi Ramponi, componente la commissione Difesa del Senato, ha seguito la vicenda dei marò sin dai primissimi istanti, e non ha dubbi: malgrado gli errori commessi in tutta la vicenda, ora i nostri due militari debbono tornare a casa, perché sono soggetti alla nostra giurisdizione.

Generale, ma proprio ieri il governo indiano ha detto di non riconoscere l’immunità legale dei nostri soldati impiegati in funzione anti-pirateria perché l’accordo sul “Vessel protection detachement non si applica a livello globale…

Non potrebbe farlo, e le spiego perché. L’Italia si è assunta un duplice impegno in ambito lotta alla pirateria, con l’Unione europea e con la Nato. Entrambe le iniziative sono condivise dalle Nazioni Unite. E il cemento che unisce i pattugliamenti delle nostre navi militari alla vigilanza dei nostri soldati in divisa sulle navi civili è proprio la lotta alla pirateria in tutti il mondo. L’India non può disattendere tutto questo.

Ma perché i due marò dovrebbero essere giudicati da un tribunale italiano?

Perché il militare che opera in una determinata area per conto del suo governo e in ambito internazionale deve esserre giudicato per eventuali reati commessi in Italia. Se si guardano i decreti di procrastinazione delle missioni si vedrà che abbiamo anche previsto quale debba essere il tribunale giudicante deputato. Ogni Stato sovrano si regola in questo modo.

Alla maratona oratoria del Pdl svoltasi al Pantheon a Roma lei ha detto che il governo Monti è stato un po’ fiacco nel gestire il caso.

Finora effettivamente sì. Mi sembra che le cose stiano un po’ migliorando, ma il punto non è questo. Il punto è che nessuno ancora ci ha spiegato perché la nostra nave ha acconsentito a entrare nelle acque territoriali indiane, dove poi la polizia locale ha avuto buon gioco a far scendere i nostri marò con la minaccia delle armi. Questo è il punto fondamentale.

Perché, dice qualcuno, se la nave non fosse rientrata la marina militare indiano probabilmente avrebbe costetto la “Enrica Lexie” a rientrare comunque al porto di Kochi...

E come? Speronandola? Ma allora si possono fare molte ipotesi, se vuole: magari prima che la nostra nave rientrasse un nostro elicottero militare avrebbe potuto portare via i due soldati… Che vuol dire? Dobbiamo basarci sui fatti. Anche sulla storia dei calibri delle armi c’è stata poca chiarezza da parte indiana.

Generale, ha notato una certa “freddezza” della sinistra italiana su questo caso? La nazione almeno su questo dovrebbe essere unita…

Sì, è una cosa che mi amareggia moltissimo. In Italia ogni vicenda viene politicizzata e ideologizzata oltre ogni ragionevolezza. È un fenomeno che non ho riscontrato in nessun Paese del mondo. In casi come questi, negli Stati Uniti non esistono né democratici né repubblicani, si è tutti uniti, quando la questione è capitale. In Italia no: la lotta politica ha un inquinamento penetrante che rattrista. Non dimentichiamo che anche nei fatti di Nassirya, uscirono le scritte «10-100-1000 Nassirya»… E per la Tav non è uguale? Un fatto ambientale e industriale è diventato una contrapposizione politica. Che vuole che le dica…

Ma lei che idea si è fatto dell’episodio?

Io non ero là. Mi limito però a riflettere sulle regole di ingaggio: se c’è una reale minaccia si spara in aria, poi si spara davanti l’imbarcazione… mi sembra strano che le cose siano andate come ce le raccontano. Ma non voglio anticipare nulla.

Generale, come se ne esce ora?

Intanto non dimenticando le famiglie di quelle persone uccise. L’Italia deve offrire una sostanziosa cauzione che potrà eventualmente servire in futuro a risarcire le famiglie delle vittime, quando e se sarà stata dimostrata la responsabilità dei nostri due militari.

E se i nostri servizi o i corpi speciali se li andassero a prendere, come propongono i più “facinorosi”?

Negativo, negativo.