Povera Guzzanti, simbolo di una sinistra che parla a se stessa (e pure male)

Mercoledì notte, ore 23.30 circa. Al quartier generale di La7 i dirigenti della rete guardano in silenzio “Un, due, tre stella”, il ritorno di Sabina Guzzanti in tv. Qualcuno rompe l’atmosfera imbarazzata e sibila: «Davvero abbiamo mandato in onda questa cosa?». Sì, non può che essere andata così. A meno che nei piani alti del terzo polo televisivo abbiano fatto finta di non vedere la lentezza esasperante, l’autoreferenzialità autistica, la pretenziosità urticante di questo programma che ha del sorprendente. Perché, in effetti, la sorpresa è stata tanta nell’accorgersi che lo schierato, ma indiscutibilmente divertente, Corrado abbia lasciato alla sorella solo il cognome tenendosi tutta la vis comica per sé. Non si tratta di maldigerire i pur invasivi e ostentati fantasmi politici che ossessionano Sabina, quindi, ma di semplice logica e tempi comici. Perché passi spiegarci che Berlusconi è un puzzone, ma trascinare uno spettacolo di estenuanti «mmm…» tra una frase e l’altra e tirare per i capelli una gag fino allo spasimo è troppo anche per marxisti consumati. Non a caso Aldo Grasso ha parlato di un programma che «procede tra noia e tristezza, tra comizietti e saccenterie: propaganda infida», una «trasmissione mal costruita, sembra che i suoi molti autori non sappiano decidersi su che tipo programma fare e come farlo». Se la critica piange, lo share non ride: Sabina totalizza il 4,4% e una vagonata di pernacchie su Twitter. In compenso il pubblico in studio se la ride di gusto, ma sembra uscito da un film di Muccino e viene spontaneo aspettare che qualcuno urli da un momento all’altro: «Tutti in aula magna, so ‘mboccati i fasci». Alla fine persino Il Fatto Quotidiano, pur senza sbilanciarsi, ha parlato di «una Guzzanti meno satirica e vagamente celantinizzata», vincendo il premio “eufemismo 2012” quando ha azzardato: «Ci vorrà tempo per capire quanto l’amalgama funziona». E pazienza se per mettere insieme la marchetta saltano i congiuntivi. Qualche spezzone di comicità resiste nonostante tutto: la finta Palombelli che parla di Rutelli strappa un sorriso, l’imitazione dell’Annunziata ha il suo perché, anche se è pluri-riciclata e sembra un po’ una gag da gita scolastica contro la bruttona della classe (alla faccia del femminismo). La sorella minore Caterina compare in un paio di sketch e si capisce subito che se non altro, a differenza di Sabina, ha ripassato il manuale di recitazione prima di entrare in scena. Eppure la sua parodia delle militanti di CasaPound non graffia e sembra un divertissement da centro sociale, con battute iper-specialistiche rivolte al pubblico complice presente in studio ma in fondo inintelligibile per una persona normale, anche di sinistra. La parte “seria” del programma, poi, zoppica a dir poco, con parentesi economiche che vorrebbero essere “antagoniste” ma che sono solo confusionarie. Le prove tecniche di talk show finanziario riabilitano persino Floris, che se non altro è incalzante, sa di cosa parla e non risulta abbia perso 500mila euro con il Madoff dei Parioli. Se il piatto forte della serata è un Michael Moore fuori tempo (e fuori peso) massimo, del resto, ogni commento è superfluo. In tutto questo, una domanda: perché fra tanti ospiti intelligentoni o sedicenti tali, i personaggi demenziali sono esclusivamente donne? E perché gli analisti economici sono tutti bianchi mentre il tributo alla multirazzialità è confinato in grotteschi siparietti hip hop, con tanto di beatbox (la pratica di fare le basi con la bocca) spacciato per novità giovanilistica nonostante questa roba si veda da trent’anni? Forse perché i neri hanno il ritmo nel sangue. E la prossima volta aspettiamoci uno stilista gay. Sapete, loro hanno più buon gusto…