«Palermo è una sveglia: il Pd deve decidere cosa fare e con chi…»

Il caos delle primarie di Palermo, il “vorrei ma non posso” della sinistra Pd in vista del corteo della Fiom, i dubbi sull’agenda Monti. Per il Pd sono giorni complicati. Davanti a questo Walter Verini, deputato democratico e veltroniano di punta, non è tra quelli che intendono premere sulla “resa dei conti” tanto temuta da Bersani. Certo però che del caso di Rita Borsellino e della voglia di scendere in piazza in vista dello sciopero generale fa emblema di un Pd che non va: «Mi spiace per il valore indiscutibile della persona di Rita Borsellino, non per quello dello schieramento. A Palermo è stato bocciato uno schema di alleanze chiuso». Quanto al dietrofront del suo partito sulla manifestazione sindacale del 9 marzo: «Tardivo».

Verini, in Sicilia c’è adesso chi chiede la testa di Bersani.

Sono contrario a queste pulsioni e credo che in questo partito ci sia bisogno di una profonda discussione ma che non significhi  in nessun modo né regolamenti di conti né “conte” di sorta, ma solamente battaglia sulle idee e i programmi. Questa è la necessità. Dico questo perché viviamo una fase inedita nello scenario politico italiano: e il Pd secondo me ha una grande occasione di cimentarsi con le sfide innovative che caratterizzano gran parte dell’azione dell’esecutivo guidato da Monti. Invece vedo una tendenza del partito a rinchiudersi, a considerare il governo in carica come una dura necessità e non come una opportunità per dispiegare finalmente l’anima riformista del Pd. Di questo c’è bisogno di discutere e non di regolamento di conti.
Intanto, però, gli alleati di Sel e Idv – due terzi dello “schema Vasto” – minacciano di andare avanti con la Borsellino.
Penso che siano in parte dinamiche locali. Ma anche per questo penso che lo schema di Vasto sia datato e non adatto per affrontare ciò a cui siamo chiamati da qualche mese a questa parte. Ritengo che quella fotografia è sbagliata non perché penso che non si debba dialogare, ma perché schiaccia il nostro profilo sul fianco radicale: il rischio è mettere in sordina il nostro dna.

Solo un rischio?

Su alcune grosse questioni il partito ha dato le sue risposte. Vediamo il giudizio sul tema dei No Tav o sulla stessa manifestazione della Fiom che è molto diversificato tra noi e queste forze. Quanto a tatticismi e furbizie locali confermano, se vogliamo, tutte i dubbi su quello schema: sono tutte dimostrazioni della difficoltà e dell’inopportunità di schiacciare il Pd su quel tipo di suggestione. Che magari – e come abbiamo visto a Palermo è tutto da dimostrare – potrebbe farti vincere le elezioni ma non ti garantisce poi margini di affidabilità.

Proviamo a sciogliere un dilemma che ha pesato molto per il vostro partito in Sicilia: il Pd come si pone con il governo Lombardo?

Personalmente ho sempre avuto molti dubbi, l’ho detto assieme a un’area politica che aveva espresso molte perplessità anche se c’era rispetto per le scelte locali. Però il gruppo alla Regione aveva legittimamente esercitato libertà di giudizio in altro senso. A me non è piaciuta quell’operazione perché mi è sembrata una forma di neoconsociativismo che ha oscurato un po’  l’identità innovatrice del partito a tutto vantaggio di un vecchio blocco di potere.

Non potevate dirlo chiaramente?

Il non aver sciolto questo nodo è stato un problema. Avevamo chiesto di risolvere la questione con un referendum: sembrava una strada giusta e tuttavia non è stata seguita. Certo, aver condotto le primarie senza aver risolto questo nodo, senza aver definito una linea chiara ha certamente provocato ulteriori problemi: e, oltretutto, ha inserito nel tritacarne una candidata che ha la stima di tutti noi come Rita Borsellino.

Sulle sconfitte del vertice del Pd a Genova, Napoli, Milano, Cagliari e Palermo si dice: sono casi locali. Ma non è che il Pd nazionale ha un problema con le realtà locali?

Oggi scontiamo un problema: sosteniamo il governo Monti che per me, attenzione, è una grande opportunità sia per l’Italia che per il Pd. Solo che lo facciamo con il freno a mano, nonostante il nostro elettorato sia favorevole all’esecutivo. A tutti i livelli, poi, scontiamo anche un ulteriore problema: sulla stampa locale il Pd ci finisce tutti i giorni sì, ma per parlare di risse, lacerazioni, scontri di potere. Con questo portato è inutile andare a fare le primarie perché poi i cittadini si ricordano che questo è stato il messaggio del partito. Per ciò spesso con le primarie vanno a punire il partito andando a cercare i candidati lontani dalle risse correntizie.

Le primarie da strumento “identitario” a suicidio?

Bersani ha ragione quando dice che le primarie non risolvono da sole i problemi politici. Detto ciò io voglio salvare le primarie proprio dagli inquinamenti e dalle degenerazioni: per questo devono procedere da un dibattito che nel partito non deve mai mancare.

Eppure questo dibattito nel Pd sembra risolversi solo sul tema delle alleanze: dallo schema di Vasto, allo schema “baricentrico” con il  Terzo Polo. Il rischio è quello di parlare solo di questo.

Condivido questa rappresentazione del rischio. Penso che dovremmo concentrarci, più che sul tema delle alleanze o su aspetti politicisti, sul Pd, sulla sua elaborazione. Se non facciamo questo rischiamo di perdere: come dimostra l’appeal che ha tra gli elettori l’ipotesi di un partito dei tecnici. Ecco perché sull’agenda riformista del governo dobbiamo non appiattirci, ma misurarci. Facendo questo le alleanze verranno.

Come interpreta il segnale della sinistra del Pd che non andrà al corteo della Fiom?

Devo dire che non mi ha convinto la motivazione: per mia formazione sono molto legato alle esigenze del mondo del lavoro, mi ha legato un rapporto stretto con Luciano Lama quindi capisco la drammaticità che vivono i precari. Un conto è questo, un conto però è aderire a una manifestazione il cui significato è stato fin da subito contro il governo Monti. Era sbagliato prima e non solo adesso perché ci andranno anche i No Tav…