Ora il governo rischia davvero

Nella giornata mondiale della lentezza, “slow Monti” percepisce che la stretta tra gli “acceleratori” del Pdl e i “frenatori” del Pd può davvero mettere nei guai il suo governo. Ed ecco che dall’Asia il premier manda messaggi in codice, da Prima Repubblica, citando un grande maestro del politichese, Giulio Andreotti. Quanto basta per scatenare i primordiali istinti democristiani che allignano nel Dna della classe politica italiana. In un pomeriggio di fuoco sul fronte del lavoro, le convergenze tornano ad essere improvvisamente parallele. Il Pd si ricompatta secondo la logica anti-berlusconiana, quella del “nemico del popolo”, l’anti-qualsiasi-cosa, che è da considerare un valore fondativo dei Democratici: stavolta l’afflato comune, che scaccia lacerazioni interne e gelosie personali, è quello contro la Fornero e contro Monti, da impallinare in Parlamento per svuotare di contenuti della riforma del lavoro. Alla direzione del Pd il premier fa l’ennesimo miracolo a distanza: rimette insieme dalemiani, veltroniani e schegge varie. Da destra, invece, arrivano segnali di insofferenza nei confronti del governo. E a poco vale il gioco delle parti con cui la Fornero prima – con la metafora delle polpette – e Monti poi – con le minacce di andare tutti a casa se si tirano le cuoia – provano a mostrare la faccia dura: «Se il governo tirerà dritto – ha detto ieri Alfano – ci troverà accanto». Lealtà, condizionata a una riforma vera, quella del Pdl. Lealtà e basta, quella dell’Udc di Casini: «Per noi il governo deve continuare», dice, dopo aver ammesso che una crisi è più vicina. Il giusto compromesso potrebbero essere la urne a ottobre. Prima che i partiti scompaiano nei sondaggi, prima che Monti diventi più impopolare dei suoi predecessori.

Leggi l’articolo in versione integrale sul Secolo d’Italia del 27 marzo