Monti si loda (e le imprese tremano) 

Un po’ di narcisismo non guasta, anche a rischio di sentirsi dire che chi si loda s’imbroda. E Monti, forse anche suggestionato dai complimenti (di rito) che gli arrivano dal premier giapponese, si lascia scappare che sì, è vero, gli italiani sono con lui e contro i partiti. E che i partiti, dopo l’esperienza del governo tecnico, potranno trarre un insegnamento quasi cattedratico. Perché si sa, quando si ha a che fare con i professoroni, si deve per forza imparare la lezione. In poche parole, tutto gli si deve e quindi tappeti rossi al suo passaggio, applausi e stop alle polemiche sull’articolo 18 o su qualsiasi altro tema. Una frase destinata a far arrabbiare (e non poco) i partiti, in particolar modo il Pd che ora si trova all’inferno. E a far salire la tensione tra le piccole imprese perché – mentre Monti elogia se stesso – sale la paura che tra le righe del provvedimento sull’articolo 18 ci sia la possibilità che a farne le spese siano i “piccoli” imprenditori. Alla faccia di chi parla di sviluppo e di aiuto all’occupazione.

Il braccio di ferro con il Pd
Sul tavolo resta la polemica con il Pd, a cui il premier ha già mandato a dire che «se il Paese non si dimostrerà pronto non avrà difficoltà a lasciare». Con la Fornero che ha fatto sapere che «la riforma non potrà essere ridotta in polpette». Quella stessa riforma che secondo il presidente del Consiglio, che interviene da Tokyo dove è in visita per sostenere il Made in Italy, «gli italiani percepiscono come un passo necessario nell’interesse dei lavoratori». Da qui la fiducia, espressa a piena voce, che il provvedimento avrà il disco verde delle Camere ««prima dell’estate». E gli intoppi possibili? C’è un accordo tra i partiti della maggioranza, su riforme istituzionali e legge elettorale è stato fatto notare al premier. E lui impassibile: «Non ho letto i giornali».

Il pressing della Ue

Nonostante il suo ottimismo, per il premier il trend è in diminuzione: cala fiducia degli italiani (dal 62 per cento di inizio dicembre si è passati al 55 del 26 marzo, con la Fornero che è scesa dal 58 al 46 per cento). Le scelte dolorose stanno dunque lasciando il segno. La Ue, invece, spinge perché la riforma del mercato del lavoro non solo sia varata in tempi accettabili, ma perché vengano rivisti «alcuni aspetti della legge sulla protezione dell’impiego e il suo frammentato sistema di sussidi alla disoccupazione». Il testo licenziato dal governo va in questa direzione? Abbastanza, rileva Bruxelles, «affronta in modo comprensivo le rigidità e le asimmetrie della legislazione sulla protezione del lavoro». E, in vista del dibattito parlamentare, la prospettiva è quella di mantenere inalterato l’equilibrio messo in piedi dal ministro del Welfare, «in modo che l’intero pacchetto della riforma sia davvero positivo per l’occupazione e la crescita». Quindi una stoccata a chi sostiene che l’articolo 18 non è un problema. «Le imprese – sostiene Monti –  hanno paura ad assumere perché è molto difficile licenziare, anche per ragioni economiche».

Sindacati in trincea

Con la riforma del mercato del lavoro ancora sul tavolo i sindacati riportano al centro della questione anche il problema delle pensioni. Il 13 aprile Cgil, Cisl e Uil scenderanno in piazza a Roma per chiedere maggiore attenzione a quelli che vengono considerati i «guasti» della riforma Fornero. C’è un capitolo doloroso su cui il ministro è stato più volte sollecitato a intervenire e che crea molti problemi. Si tratta della platea dei cosiddetti «esodati», vale a dire gli esclusi dal mondo del lavoro che ancora non hanno raggiunto i requisiti per accedere all’assegno Inps e che adesso vengono investiti dalla novità in materia di età pensionabile introdotte dal governo Monti. Con loro anche «i costi delle ricongiunzioni onerose». Un prezzo altissimo per molti soggetti che, secondo i sindacati, si sobbarcano l’onere di «una riforma che è stata fatta senza considerare la realtà». Proteste, quelle sulle pensioni, che si saldano a quanto la Fiom sta facendo su tutto il territorio nazionale contro l’ipotizzata modifica all’articolo 18. Adesso, con le  tute blu della Cgil, scendono in campo anche i metalmeccanici della Uil  che hanno proclamato uno sciopero generale di quattro ore di tutta la categoria. Chiedono modifiche a quella parte della riforma sul mercato del lavoro che prevede il non reintegro per i licenziamenti economici.

L’allarme delle piccole imprese
A protestare non sono solo i sindacati. Anche le piccole imprese sono in allarme: temono l’aumento dei contributi e paventano penalizzazioni anche a carico delle aziende con meno di 15 dipendenti. «Se il governo deciderà di aprire alle modifiche suggerite dal Pd – sottolinea Pietro Laffranco, deputato del Pdl – proporremo di inserire una norma molto chiara che ribadisca la non estensione dell’articolo 18, né quello vecchio né quello eventualmente modificato, alle pmi». E Viviana Beccalossi, parlamentare e vicecoordinatrice del Pdl in Lombardia, fa notare che gli emendamenti, se arriveranno, saranno i benvenuti, ma dovranno essere diametralmente opposti a quelli suggeriti dalla Cgil. «Va impedita – aggiunge – l’estensione dell’articolo 18 alle piccole aziende che sono il fiore all’occhiello della nostra economia.Non si capisce perché le anime belle del Pd e i massimalisti del sindacato puntino a ingolfare un motore che può portare la nostra economia fuori dalla crisi».

Le lodi a Berlusconi
L’Italia un Paese instabile? Monti, parlando al Nikkei di Tokyo, si pone la domanda e contemporaneamente si dà anche la risposta. È il metro che viene usato all’estero per dimostrare tutto questo che è sbagliato. Alcuni, secondo il presidente del Consiglio italiano, ritengono che proprio il governo dei tecnici sia la dimostrazione che il sistema politico italiano genera problemi di stabilità. Così non è. Proprio il governo Monti «è la prova tangibile» che questo non è vero. Basta ricordare la consapevolezza della politica  «di una difficoltà acuta alcuni mesi fa» e il passo indietro di Berlusconi. «Non è facile – fa notare Monti –  trovare un sistema politico dove il primo ministro, non chiaramente sconfitto in Parlamento, decida di ritirarsi». Onore al merito del Cavaliere, quindi, e onore anche a quei partiti «che prima erano belligeranti» e adesso «hanno deciso un momento di unità nazionale». Reggerà la situazione? Gli imprenditori che vorrebbero tornare in Italia se lo chiedono. Le loro perplessità sono superate dai fatti: «Non credo che l’obiezione sulla stabilità del sistema politico resista a una più equilibrata e matura analisi».