Maoisti più responsabili dello Stato del Kerala

Questi maoisti… ancorché fuori tempo massimo (Mao nacque nel 1893 e “il grande balzo in avanti” è del 1958) hanno dimostrato però maggior senso di responsabilità del governo dello Stato del Kerala, dove sono detenuti i due militari italiani con accuse discutibilissime e qualcuno dice anche contro il diritto internazionale.
La buona notizia è che uno dei due ostaggi italiani rapiti dai ribelli indiani è stato liberato. Sabyasachi Panda, il capo dei maoisti, ha dichiarato che dopo la liberazione di Claudio Colangelo, «quella di Paolo Bosusco potrà avvenire solo se il governo prenderà sul serio le nostre richieste». In una intervista nella selva con alcuni giornalisti a cui ha consegnato Colangelo, Panda ha ammesso che «non volevamo sequestrare questi due stranieri, ma i miei uomini li hanno confusi con due membri dei servizi di intelligence». Il leader maoista ha anche sostenuto che «noi non accettiamo il concetto di “globalizzazione culturale” a cui i due italiani sembrano aderire». «Durante la loro permanenza nell’accampamento – ha indicato – gli italiani hanno indicato il loro punto di vista. Non si sono sentiti colpevoli per avere preso fotografie di donne tribali semi-nude. Noi maoisti siamo invece molto contrari a questo modo di fare».
Frattanto i colloqui ripresi ieri nella guest house dello Stato di Orissa per la liberazione di Paolo Bosusco «si svolgono in un clima positivo». Lo ha dichiarato il capo negoziatore governativo e numero 2 del dipartimento dell’Interno, U. N. Behera. Una sensazione confermata anche dai negoziatori al tavolo per conto dei maoisti, secondo cui «se tutto procede come oggi, potremo chiudere i nostri lavori domani sera (stasera, ndr)». Colangelo, il medico italiano liberato dai ribelli dell’Orissa, ha trascorso la notte in un hotel di Bhubaneswar ed è stato interrogato oggi dalla polizia. In queste ore dovrebbe arrivare a Nuova Delhi da dove ripartirà poi per rientrare in patria.
Ma la situazione dei nostri due marò ancora detenuti nel carcere di Trivandrum, nel Kerala, non procede così liscia. Anche se il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura fa la voce grossa, la vicenda si è arenata. Le questioni sono due, ha detto de Mistura:  «O le pallottole che hanno ucciso (i pescatori indiani nel Kerala ndr), purtroppo, erano italiane o non lo erano», e in ogni caso, secondo il sottosegretario, se dovesse emergere che si tratta di pallottole italiane la posizione dell’Italia è chiara: «Militari italiani non possono essere giudicati che in Italia». Ma l’osservazione shock di tre giorni fa da parte dell’Alta Corte del Kerala, dove è in corso la battaglia legale per la liberazione dei marò e della petroliera “Enrica Lexie”, in cui si assimila l’uccisione dei due pescatori a «un atto di terrorismo» ha riacceso la tensione sul controverso caso giudiziario che da oltre un mese divide Italia e India. Riferendosi alle accuse contenute nella denuncia dei familiari dei pescatori Jelastine Valentine e Ajash Pink, il giudice P.S. Gopinathan ha detto che «le azioni dei due militari sono equivalenti a atti di terrorismo poiché hanno sparato contro il peschereccio senza alcun colpo di avvertimento e senza segnale di preavviso mentre i pescatori dormivano e in pieno giorno». Le parole sono state ampiamente riprese da tutti i giornali locali. Il rifermento al «terrorismo» del giudice P.S. Gopinathan è scaturito da una discussione con l’avvocato dell’armatore, dopo che quest’ultimo aveva negato l’applicabilità al caso della “Enrica Lexie” di una convenzione internazionale del 1988 sul terrorismo marittimo. Il trattato, noto come «Sua Act» (Suppression of Unlawful Acts against the Safety of Maritime Navigation) è stato invocato dai legali dello Stato del Kerala e dei familiari dei pescatori per giustificare l’applicabilità della legge indiana in acque internazionali e su una nave battente bandiera italiana. Le osservazioni «orali» non hanno alcun valore, ma potrebbero forse essere viste come un’anticipazione del verdetto che l’Alta Corte del Kerala dovrà pronunciare (in una data non ancora fissata) sul ricorso italiano sulla giurisdizione, a cui è appesa la sorte dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Dal medesimo giudice P.S. Gopinathan dipende anche la partenza della Lexie bloccata davanti a Kochi in attesa della conclusione delle indagini. Nell’ultima seduta è emerso che il via libera potrebbe venire quando sarà terminata la perizia balistica sulle armi dei marò.
Ma a proposito di perizia balistica, il Sole 24Ore ha pubblicato domenica i risultati di una perizia effettuata dall’ingegner Luigi Di Stefano, perito tecnico che ha lavorato per alcuni tribunali italiani e consulente di società per cause legate a incidenti aerei, che ha messo a punto un rapporto dettagliato su quanto accaduto il 15 febbraio al largo delle coste del Kerala. Un rapporto indipendente ma che dimostra come «molti elementi non quadrino», ha detto l’ingegnere al Sole 24Ore.com. «A cominciare dall’autopsia effettuata dall’anatomopatologo del Tribunale indiano, il professor Sisikala» che ha recuperato il proiettile dal corpo di uno dei due pescatori uccisi, definendolo calibro 0,54 pollici, pari a 13 millimetri cioè un calibro oggi inesistente». «Il proiettile è stato repertato con misure indicate in modo criptico e furbesco», ha aggiunto Di Stefano. «Se Sisikala avesse espresso le misure del proiettile in forma canonica, cioè con calibro e lunghezza in millimetri, avrebbe scritto calibro 7,62 e lunghezza 31 millimetri. Il caso sarebbe già chiuso dal 16 febbraio, giorno successivo al fatto e giorno dell’autopsia. Invece del diametro ha reso nota la circonferenza (credo sia la prima volta al mondo) e invece dei millimetri ha usato i centimetri». I dati indicati – scirve il quotidiano economico – confermano che si tratta della cartuccia 7,62x54R ex sovietica, sparata dalla mitragliatrice russa PK che nulla ha a che vedere con la cartuccia 5,56×45 di unica dotazione ai nostri marò e utilizzabile sia con i fucili Beretta AR 70/90 sia con le mitragliatrici FN Minimi in dotazione». Per Di Stefano quindi «le autorità indiane sanno fin dal 16 febbraio che il calibro non è quello delle armi italiane, e anche ammettendo una doverosa verifica tutto si sarebbe risolto in una ispezione alle canne dei fucili Beretta».