Mani legate e divisioni: al Senato Terzi “svela” i limiti del governo nel caso marò

Furono il comandante e l’armatore a decidere l’ingresso della Enrica Lexie nelle acque territoriali indiane. Giulio Terzi lo aveva già anticipato alla stampa, ieri lo ha ripetuto al Senato. C’era l’informativa sul caso dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e sull’operazione in Nigeria che ha portato alla morte di Franco Lamolinara. Oggi il ministro degli Esteri sarà alla Camera.

L’impotenza della Farnesina
Terzi ha confermato che la decisione di uscire della acque internazionali fu determinata da «un sotterfugio della polizia locale», che chiese al comandante di andare a Kochi per riconoscere alcuni pirati. «Inoltre, il comandante della squadra navale e del Centro operativo interforze della Difesa – ha aggiunto il ministro – non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorita indiane, non avendo essi nessun motivo di sospetto». La Farnesina, ha proseguito, era contraria ma «da ministro degli Affari Esteri non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante della Enrica Lexie». Anche per quanto riguarda la discesa a terra dei due marò Terzi ha parlato di un’opposizione del ministero, ma ha ammesso di fatto di non averla potuta impedire di fronte a «evidenti, chiare, insistenti azioni coercivite indiane».

Le divergenze tra Esteri e Difesa

Due dati “sensibili” emergono dall’informativa a Palazzo Madama, nessuno dei due è nuovo ma entrambi promettono di far discutere. Il primo: in questa vicenda Esteri e Difesa si sono mossi tutt’altro che all’unisono, a partire proprio dalla ricostruzione di quelle fasi concitate al largo del Kerala per arrivare all’atteggiamento da tenere una volta che il pasticcio era fatto. Era già stato notato nelle scorse settimane, ma negli ultimi giorni, attraverso le parole di Terzi, è apparso più evidente. Nei primi giorni della crisi la Marina fece trapelare di aver detto di no all’entrata in acque territoriali, ora Terzi dice il contrario. Nei giorni successivi molti osservatori hanno rilevato come la Difesa avesse una linea assolutamente innocentista nei confronti dei marò, mentre la Farnesina appariva più titubante o, se si vuole, più conciliante nei confronti delle autorità indiane. «La linea del governo si è adeguata a esigenze prioritarie: la prima quella della sicurezza fisica dei due militari in un ambiente ostile», ha spiegato ieri Terzi, ricordando che la stampa indiana li definiva «assassini, banditi del mare, uccisori di pescatori». È noto, però, che la linea della diplomazia ha provocato una certa insofferenza nei marinai e nei loro ufficiali, che si sono lasciati andare a critiche aperte sulla stampa e sul web. L’altro ieri il presidente dell’associazione parlamentare Italia-India, Sandro Gozi del Pd, chiedeva: «Il ministro vuol forse dire che ci sono state indicazioni divergenti tra vari ministeri e in particolare tra Esteri e Difesa?». Commentava la lunga autodifesa che Terzi aveva affidato al Corriere della Sera e che anticipava la relazione ai senatori. «Questo punto – aggiungeva Gozi – è necessario chiarirlo». Ma l’informativa di Terzi più che un chiarimento è stata una conferma indiretta delle divergenze, che probabilmente non sono esplose solo per la consegna di mantenere i toni bassi finché la situazione dei due militari non sarà risolta.

Contractors al posto dei soldati?
Il secondo dato “sensibile” riguarda l’inadeguatezza delle regole con cui i soldati vengono mandati a difendere le navi commerciali e, più nello specifico, il fatto che al vertice della linea di comando vi siano gli armatori. L’argomento è da giorni all’attenzione del dibattito politico e si parla anche di sostituire i militari con i contractors. «Quando i nostri militari sono costretti a usare le armi per difendere la nave, il potere decisionale deve passare senza possibilità di equivoci alle autorità militari, che devono agire d’intesa con il governo», diceva ieri Fabrizio Cicchitto, spiegando che «se non è possibile acquisire questa scelta, che è praticata in tutto il mondo, allora è bene rivedere la legge: gli armatori si muniscano di contractors privati». D’accordo anche il Pd: «Il problema della catena di comando – ha detto Emanuele Fiano – va affrontato in Parlamento».

Anche la Ashton ha le idee confuse

Quanto la faccenda sia complicata ieri lo ha dimostrato anche una gaffe, l’ennesima, dell’Alto rappresentate per la politica estera dell’Ue. Catherine Ashton ha incontrato Mario Monti a Bruxelles, a margine della riunione dell’Ecofin. Hanno parlato del caso dei marò e la baronessa «ha informato il premier degli ultimi contatti dell’Ue con le autorità indiane», confermando l’impegno per «trovare una soluzione soddisfacente». Ma Monti e la Asthon «hanno anche discusso dell’importante cooperazione in corso tra Ue e India sulla lotta alla pirateria e l’interesse reciproco per cooperare sul regolamento delle guardie di sicurezza armate private nel contesto dell’Organizzazione marittima internazionale». Così almeno diceva il comunicato della Ashton che però, parlando di «guardie di sicurezza armate private», sbagliava soggetto: quella definizione si adatta ai contractors non ai militari, che sono invece Nucleri militari di protezione o, in inglese, Vessel protection detachment (Vpd). Il comunicato, poi, è stato corretto, ma il nodo di chi e come debba difendere le navi resta.

La solidarietà, da Roma a Strasburgo
Ma in Europa è stata anche una nuova giornata di solidarietà. A Strasburgo oggi si parlerà di pirateria e della vicenda dei due soldati italiani, ma la plenaria è già in corso e ieri la vicepresidente del Parlamento europeo Roberta Angelilli ha presieduto la seduta indossando una maglietta con le foto di Latorre e Girone e con su scritto “On your side”, “Dalla vostra parte”. Un’altra iniziativa si è svolta fuori dal Parlamento, promossa dall’eurodeputato Carlo Fidanza: una delegazione dei bersaglieri, in città per le celebrazioni per il 150esimo dell’Unità, ha dedicato ai due marò l’esecuzione della Fanfara “Valdossola”. E un gesto di solidarietà è stato promosso anche nell’aula del Senato: non appena Terzi ha preso la parola Achille Totaro e Domenico Gramazio, con l’aiuto dei colleghi Paravia, Caligiuri, Fasano e Cardiello, hanno alzato un cartello con la scritta “Salviamo i nostri marò”.