L’urlo disperato della Bindi: non ci mollate, il partito è ancora con i lavoratori

Un passato da “divina”, quando sfilava come Wanda Osiris tra i militanti del popolo viola, dispensando sorrisi e rose mentre loro alzavano cartelli con la scritta “Oggi come il 25 aprile” e cantavano la solita “Bella Ciao”. Rosy Bindi sprizzava felicità da ogni poro, era a suo agio tra pugni chiusi e champagne, niente di meglio nel giorno delle dimissioni di Berlusconi. Bisognava festeggiare, «lo faremo presto anche nel partito», perché «è finita un’epoca» e se n’è aperta un’altra, piena di speranze. E poi ancora, diceva raggiante la pasionaria, «un brindisi a Silvio che se n’è andato».
La festa appena cominciata è già finita. Perché, con la storia dell’articolo 18 e dell’appoggio al governo Monti, la Bindi non è più una star. E questo la irrita parecchio perché – come ogni diva – sente la mancanza degli applausi. Si diffonde la notizia che la Cgil scende in piazza, i “democratici” si dividono, i cronisti si avvicinano alla pasionaria per sapere da che parte sta il partito. E lei, rispolverando vecchi slogan, risponde: «Il Pd è sempre al fianco dei lavoratori». Poteva risparmiarsela, questa battuta, che finisce direttamente sul web e si becca una valanga di sfottò. Quali sarebbero i lavoratori difesi dal Pd, «primo sponsor – scrivono su Facebook – del governo dei banchieri»? La risposta non arriva. Ma la Bindi, per recuperare qualche applauso, fa la faccia dura:  «Il governo è sostenuto da diverse forze politiche e può andare avanti se rispetta la dignità di tutte le forze che lo sostengono». Ohibò, la squadra di Monti non ha rispettato la dignità del Pd. Quello che la Bindi diceva di Berlusconi.