L’incubo di Nichi: dalla leadership alla piccionaia?

Immaginate l’aspirante leader del centrosinistra italiano, l’Obama del Tavoliere, il Masaniello pugliese Nichi Vendola, confinato nella piccionaia della Camera, nel settore “ospiti” malsopportati, tra un Mastella e uno Scilipoti, col destino comune del mancato superamento dello sbarramento ma anche la mortificazione di un ripescaggio come semplici testimonial di se stessi, grazie a una legge elettorale che concede un “diritto di tribuna” a chi non ce l’ha fatta nelle urne. In pratica, la possibilità per pochissimi “non eletti” di esserci lo stesso in aula, per guardare, parlare e votare, ma dal buco della serratura. Triste, no? Forse, ma la prospettiva di avere comunque un ufficio e una scrivania fa gola comunque, come ricorderà l’attuale vicesindaco di Napoli, Tommaso Sodano, che nel 2008 chiese a Schifani un “diritto di tribuna” per il suo Prc spazzato via dal voto: una richiesta che fece molto discutere anche perché somigliava molto a un diritto di poltrona e di fax, più che di parola.

La scissione dell’atomo
L’immagine è forte, indubbiamente, ma verosimile, soprattutto alla luce della bozza di intesa tra i partiti sulla legge elettorale che fissa un tetto minimo di voti (4-5%) per avere una rappresentanza di partito in Parlamento, concedendo però a tutti il diritto di avere una testimonianza anche solo simbolica in caso di mancato sfondamento del “tetto”. L’eliminazione del meccanismo delle coalizioni da stabilire prima del voto, lascia scoperto Nichi Vendola, il suo partito e tutto quell’universo di sigle che a sinistra contavano di entrare nel calderone elettorale alla vigilia del voto, in stile vecchia Unione di Romano Prodi. Alle urne, con tutta probabilità, i partiti andranno da soli, poi si vedrà. Il rischio serio è che il Sel, il Prc di Paolo Ferrero e i Comunisti italiani di Oliviero Diliberto (per non parlare della Sinistra popolare di Marco Rizzo e del Partito comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando) si ritrovino, come nel 2008, le porte sbarrate per il Parlamento e siano costrette a fare i Panda della politica dalle ultime fila delle aule, con effetti quasi più mortificanti della semplice esclusione dai Palazzi della politica. Questa immagine da incubo giustifica forse le reazioni isteriche scatenate dall’annuncio di una prima intesa tra Bersani, Alfano e Casini sulla legge elettorale. Quell’atomo politico che oggi è rappresentato dalla sinistra s’è immediatamente scisso in tante schegge impazzite, ognuna portatrice di una propria volontà particolare.

Il lavoro? Non è la priorità
Più che l’articolo 18, potè il Porcellum. L’ultimo psicodramma della sinistra italiana, in piena bufera sulla riforma del mercato del lavoro, ha dunque più a che fare con preferenze, sbarramenti, modelli tedeschi corretti alla spagnola e premi di maggioranza che con il futuro degli operai. La sorpresa è che nella ridda di dichiarazioni che hanno accompagnato il dibattito sulla legge elettorale in questi giorni, Vendola, Diliberto e Ferrero, in nome della sinistra unita, siano riusciti a dire tre cose completamente diverse. Quest’ultimo, per esempio, su come votare, è in piena luna di miele con la maggioranza che sostiene il governi Monti. «Considero positivamente la proposta del superamento del bipolarismo. Ma questo superamento lo si faccia in modo chiaro: permettendo agli elettori di scegliere gli eletti, evitando premi di maggioranza che nulla hanno a che vedere con il proporzionale e tenendo soglie di ingresso che garantiscano una effettiva rappresentatività del Parlamento italiano», dice il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che come si noterà vorrebbe uno sbarramento più basso. Contrarissimo Vendola, che attacca a muso duro Bersani: «Spero che quello che si legge sui giornali sia il frutto di una comunicazione ebbra e involontariamente comica». E Diliberto? Con lui si arriva al paradosso: meglio il Porcellum, contro cui raccoglieva le firme:«Non toccate nulla, andiamo a votare subito…».