Le paure di Bersani tra cazzotti, capponi e l’Azzeccagarbugli

Non si capisce chi sia il dottor Azzeccagarbugli e neppure chi sia Agnese, che pensò bene di legare con uno spago le gambe dei famosi quattro capponi. In questo dramma quotidiano della sinistra non si capisce neppure chi sia il “promesso sposo”. L’unica cosa certa è che Bersani ha molta strizza e sta perdendo la pazienza perché – ammette – il dibattito tra politici e tecnici è stucchevole come appunto «il battibecco tra i polli di Renzo». Un ricordo manzoniano impensierisce il leader dei democrats, che non vuole vedere i “compagni di sventura” starnazzare e beccarsi tra di loro. Anche perché il rischio è grosso, si può finire malconci: «O politici e tecnici convincono insieme il Paese o sotto la pelle del Paese ce n’è abbastanza per prendere a cazzotti politici e tecnici». Bersani replica al premier sul “consenso” per il governo dei professoroni. E lo fa con una certa rabbia: «Quando sento la parola partiti – spiega – non mi trovo. Io ho un nome e un cognome e mi chiamo Pd e sto cercando, correndo rischi seri, di collegare il sostegno al governo con la sensibilità verso un Paese ammaccato e profondamente segnato dalla crisi e dagli effetti delle politiche di risanamento». La gente, ribatte Bersani, «viene da noi, io sono fermato per strada e mi si chiede conto dell’azione di governo». Dalla citazione manzoniana alla ricerca dell’identità perduta. Con il tentativo di mostrare un po’ di orgoglio proprio nei giorni in cui i democrats stanno perdendo credibilità, intrappolati come sono nella ragnatela costruita dai vendoliani, dai dipietristi e dai sindacalisti della Cgil. Difficile venirne fuori, per Bersani. Anche perché, a ben vedere, è proprio la gente del Pd a sentirsi come i polli di Renzo: legata e pronta ad essere consegnata all’Azzeccagarbugli. Chiunque esso sia.