Lavoro, il Pd a rischio sabbie mobili

Chi se la passa male è sempre il Pd, minacciato da Vendola («se il centrosinistra straccia la bandiera dell’articolo 18 va in frantumi») e strattonato dalla Cgil. C’è Bersani che tenta di minimizzare, tranquillizzare, fare qualche passettino avanti senza dare troppo nell’occhio. Ma non serve a molto, la rabbia della base cresce, sul web è c’è una “rivolta democrats”, il leader del Pd finisce sul banco degli imputati: «ma ti rendi conto che Monti ci dà l’aut aut?». E ancora: «O ci avete preso per i fondelli voi del partito o è il premier che vi sta prendendo per i fondelli». Elsa Fornero parla di «tensione sociale» forte. Come cornice, la Camusso rilancia sullo sciopero generale e si appella alle Camere mentre Luigi Angeletti parla di «riforma nata da una trattativa incredibile». Nulla può essere dato per scontato, perché se Raffaele Bonanni sottolinea che «il problema è l’articolo 18», Giovanni Centrella chiede al governo di «non mettere il Paese di fronte al fatto compiuto».

Dialogo tra sordi

Tra i desiderata della Fornero e le argomentazioni delle organizzazioni sindacali, sottolinea il segretario generale dell’Ugl, «ci sono lavoratrici e lavoratori di oggi e di domani, madri e padri di famiglia, giovani che devono costruirsi un futuro, persone che pagano le tasse e che hanno aiutato l’Italia ad affrontare una crisi senza precedenti compensando le carenze dello stato sociale ed erodendo i propri risparmi». Le paroline magiche sono «il reintegro» per i licenziamenti economici, ma anche il «posticipo» della data di entrata in vigore dei nuovi ammortizzatori sociali al 2017. Si può fare nel corso dell’iter parlamentare? Sull’articolo 18 il ministro Fornero («la riforma non finirà in polpette») e Monti appaiono irremovibili, anche se nel Pd continuano a parlare di modifiche al provvedimento e di approvazione in tempi brevi (Dario Franceschini ieri ha parlato di 30 giorni). Il governo fa muro e la Cgil prepara lo sciopero generale. E il Pdl? Maurizio Gasparri, presidente dei senatori, afferma che il partito «non ha alcuna intenzione di ingaggiare una guerra di religione. Per noi è molto più importante la flessibilità in ingresso».

La riforma piace all’Ocse
L’Ocse fotografa la situazione attuale e rileva che «la posizione vulnerabile dei Paesi con alto debito pone dei rischi per gli altri partner dell’Eurozona e a livello globale». I fattori di contagio vanno pertanto fermati. Come? Stabilizzando il settore finanziario. La riforma del lavoro di Monti «rappresenta un passo decisivo per affrontare in modo coerente i principali problemi del mercato del lavoro». C’è la possibilità di un’azione sinergica con le novità sulle pensioni e le liberalizzazioni che, secondo il segretario generale dell’organizzazione parigina Angel Curria, consentono all’Italia «di accelerare nella creazione di posti di lavoro, far scendere la disoccupazione e rafforzare la crescita di lungo periodo». Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna hanno già preso delle misure per risanare i conti, ma «le sfide restano ancora spaventose». L’Italia è in una «migliore posizione per quanto riguarda il livello del suo deficit», ma «necessita anche di rafforzare la sua capacità di credito» e, all’interno del rapporto euro, è considerata una delle nazioni dell’Eurozona che «devono tornare a una crescita più forte e migliorare la competitività».

Sciopero inopportuno
Proprio questa esigenza spinge Cisl e Uil a prendere le distanze dallo sciopero generale della Cgil. Per Angeletti, «essendo chiaro che la strada che la riforma intraprenderà è quella del Parlamento, l’idea di scioperare è inopportuna. L’obiettivo deve essere quello di fare opera di persuasione sui gruppi parlamentari affinché si evitino aggiramenti fraudolenti della norma sui licenziamenti economici». Bonanni va anche oltre. I rapporti con la Cgil «vanno e vengono». Quindi una presa di distanza da chi, come il Pd e la Camusso, sostengono che il confronto con il governo è stato lacunoso e insufficiente. «Abbiamo fatto un buon lavoro – rivendica il leader della Cisl – anzi abbiamo concertato, alla faccia di chi dice che la concertazione è finita. C’è un solo problema sull’articolo 18». Ed è proprio su questoche la Cisl incentra le sue critiche e invita modificare la norma sul licenziamento per motivi economici. Ma Fornero e Monti da questo orecchio non ci sentono. Il premier è stato esplicito: non chiedete l’impossibile o ce ne andiamo.