Lavoro: dialogo “di fuoco” (e il Pd rischia grosso)

Va tutto per il verso sbagliato. Si è partiti dall’occupazione e ci si è ridotti a parlare di disoccupazione proprio mentre per l’Italia rispunta l’incubo della recessione e il prezzo della benzina non ha più freni. A Palazzo Chigi si passano ore e ore a discutere della riforma del lavoro alla ricerca di sotterfugi e scorciatoie mentre la gente comune, quella che suda sette camicie per arrivare a fine mese, si trova nei guai, a causa delle stangate del famoso “Salva Italia”. Tecnici al governo e sindacati con un piede a Palazzo Chigi e un altro in piazza. E in mezzo il Pd, diviso tra un Ichino affascinato dalla Thatcher, i vertici che non sanno quali pesci prendere e la base che scalpita. Per chiudere il cerchio, la Camusso che allontana la Cgil dai militanti della “sedizione permanente”, quelli che vorrebbero sempre opporsi, proprio nel day after del corteo che ha visto sottobraccio la Fiom e i No-Tav. Alla fine, restano ancora una decina di giorni per affinare la proposta del governo sul lavoro, poi scatta l’aut aut di Elsa Fornero (intende chiudere la partita tra il 21 e il 23 marzo) e di Monti, che minacciano: se non ci sarà l’intesa con sindacati e imprenditori faremo da soli. E il Pd sarà costretto a ingoiare un altro boccone amaro.

Un incontro che è servito a poco
Lo scenario resta ancora questo, ma l’incontro di ieri almeno il nodo delle risorse sembra averlo sciolto. Per la riforma degli ammortizzatori sociali, quella che con le modifiche all’articolo 18 sta più a cuore ai sindacati, sul tavolo ci sarebbero due miliardi di euro che il governo si impegna a non reperire intaccando il fondo sociale. Basteranno? Per il momento sì. Ma è evidente che al centro del tavolo, dopo aver tanto parlato di occupazione, si è piazzata la disoccupazione. La realtà alla fine si presenta un po’ diversa da quella immaginata dal governo. E a Palazzo Chigi sembrano essersene resi conto. Così, visto che lo sviluppo necessita di tempi lunghi si sono concentrati nella gestione della crisi. Le prime quantificazioni parlano di un miliardo di euro che servirebbe per coprire l’anno in corso e di un altro paio di miliardi per il 2013. Secondo Raffaele Bonanni, leader della Cisl, le premesse per un accordo ci sono. Anche con la Cgil? Certo – afferma –  purché Susanna Camusso decida di rinunciare a qualche no. Da Corso d’Italia, infatti si continua a dire che sull’articolo 18 non c’è nessuna possibilità di confronto. La Cisl propone il cosiddetto “modello tedesco” con un ricorso veloce di fronte al giudice. Il diritto al posto di lavoro potrebbe continuare a essere mantenuto nel caso di licenziamenti discriminatori o disciplinari. Per questi ultimi, in particolare, il giudice potrebbe scegliere tra il reintegro del lavoratore e la corresponsione di un equo indennizzo. Quest’ultimo, invece, opererebbe comunque nel caso di licenziamenti cosiddetti economici.

La sinistra è sempre più divisa

«Puntiamo a ridurre la disoccupazione», dice il ministro Fornero, che abbandona l’idea del contratto unico e punta sull’apprendistato annunciando che il contratto a tempo determinato dovrà costare di più. Proprio sull’articolo 18, comunque, le posizioni al tavolo appaiono inconciliabili. La Cgil non ne vuole sentir parlare e paventa «tensioni sociali di lungo periodo». Bonanni le esclude se il governo punta a un «accordo equilibrato» e non fornisce alibi a chi minaccia la guerriglia. Nella sinistra politica e sindacale, infatti, i problemi sono tantissimi. La Camusso, dopo le contestazioni ricevute nella manifestazione della Fiom di venerdì a Roma, si è levata qualche sassolino dalla scarpa promuovendo la Tav (che è in grado di creare occupazione) e relegando così ai margini del dibattito i professionisti della “sedizione permanente” che, in un modo o nell’altro, finiscono sempre in piazza a protestare. Una volta come No Tav, un’altra come centri sociali, un’ancora ancora come fronte antinucleare o contrario alla riforma della scuola. Ogni occasione è buona. È evidente, quindi, che la riforma dell’articolo 18 non passerebbe inosservata. E nel Pd la situazione non è molto diversa. Il giuslavorista e senatore Pietro Ichino, nella battaglia sull’articolo 18, pone come obiettivo quello di ottenere maggiore flessibilità, per attrarre investimenti e creare occupazione. Una ricetta che sembra quella di Margaret Thatcher e che né la Cgil, né una parte del Pd, a cominciare dal responsabile economico Stefano Fassina, si sentono di sposare. Non ha nulla di sinistra. Bersani è in mezzo al guado e si limita a inviti alla prudenza. Per ultimo, arriva a sposare l’ipotesi Bonanni sulla manutenzione dell’articolo 18. Anche perché, fa sapere Ichino, in tema di riforma del lavoro «sulle linee generali c’è una convergenza abbastanza precisa». Quella di Bonanni, rileva il senatore Pd, è «una buona proposta su cui si può lavorare». Ma c’è il consenso per farla passare?  «Sì – afferma Ichino – esclusa la Cgil che ancora manifesta dissenso su alcuni punti». E aggiunge: «Le altri parti sociali, le associazioni imprenditoriali, le associazioni sindacali sembrano disposte a ragionare: si tratta di declinare tecnicamente questa proposta».

Ammortizzatori cercasi
Ma se sull’articolo 18 le convergenze sono ancora in gran parte da costruire, la stretta su nuovi ammortizzatori sociali (andranno a regime nel 2015, saranno incentrati  sulla nascita dell’assicurazione sociale per l’impiego e non saranno finanziati con risorse provenienti dai fondi sociali) è nei fatti. «La soluzione è vicina», ha dichiarato Bonanni in un’intervista a La Stampa. E nel governo c’è ormai chi si è mosso per verificare la percorribilità di un “accordo a tappe” capace di blindare la riforma. La Fornero penserebbe al superamento della cigs (quella concessa in caso di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale ed è in gran parte sostenuta dallo Stato) nei casi di cessazione dell’attività, mentre la cig ordinaria (finanziata da lavoratori e imprese) resterebbe inalterata. L’indennità di disoccupazione, invece, passerebbe da 12 a 18 mesi. Ampliato anche il numero degli aventi diritto (oggi servono 52 settimane di contributi versati nei due anni precedenti alla domanda). Proprio per coprire questi sei mesi in più sarebbero necessari circa tre miliardi di euro di fondi, di cui i primi due (quelli messi sul tavolo dalla Fornero) a carico del governo, mentre il restante miliardo da recuperare con l’aumento dei contributi a carico di quelle imprese che oggi, per questa voce, non pagano già l’1,31 per cento. In materia di lavoro, sottolinea il direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni, il nostro Paese deve «rivedere la flessibilità in entrata e in uscita».

La benzina corre, i salari no
L’Italia è in recessione tecnica, fa sapere l’Istat che ha quantificato nello 0,5 per cento (1,8 per cento nel 2010) la crescita dell’intero 2011, con una situazione che è peggiorata a partire da giugno. Negli ultimi tre mesi dello scorso anno sono calate tutte le componenti della domanda interna, le importazioni si sono ridotte del 2,5 per cento e le esportazioni sono rimaste stazionarie. Tutto questo in presenza di retribuzioni dei lavoratori che, nella media del 2011, sono aumentate al lordo del 2,2 per cento rispetto al 2010. Un dato che risulta inferiore all’inflazione registrata nello stesso anno e pari al 2,8 per cento. In un anno, insomma, salari e stipendi hanno finito per perdere in un anno lo 0,6 per cento del loro potere d’acquisto. Tutto questo mentre gli aumenti dei carburanti non danno tregua. la benzina ha superato  ormai quota 1,85 euro al litro nei valori medi e si avvicina al massimo storico di 1,856 (a prezzi attualizzati) toccato  nel 1977. Tutte queste cose – si fa notare in uno studio di Intesa Sanpaolo – hanno finito per esercitare una pressione straordinaria sul bilancio delle famiglie con la spesa familiare che si è ridotta di un ulteriore 1,5 per cento tornando ai livello di 30 anni fa.