Lavoro: avanti tra battutacce e bocche cucite

Dalla “paccata” della Fornero, tormentone sessual-web che ha scatenato gli sfottò del popolo di Facebook, a Bonanni che si è improvvisato intellettuale citando il «Volli, sempre volli, fortissimamente volli» di Vittorio Alfieri. Dalla battuta su «Alfano che indossa la tuta blu» di Bersani – che cerca disperatamente di introdursi nella trattativa sul lavoro per non perdere i (pochi) operai che ancora gli danno credito – alla battuta della Gelmini sul leader del Pd («vuole rubare il mestiere a Crozza»). Per finire con la consegna del silenzio, tutti zitti al termine del faccia a faccia che si è svolto al dicastero di via Veneto, tra il ministro del Welfare e le organizzazioni sindacali, dopo che lunedì si è sfiorata la rottura e dopo che la Fornero ha parlato di “paccata di miliardi” da non dare a scatola chiusa, altra espressione rubata a Carosello. Per adesso siamo allo show, con tanto di paillettes e costumi di scena, applausi in platea e fischi dal loggione. Ognuno recita la sua parte, il copione a tratti è ripetitivo, c’è la corsa a mettersi in mostra. Parole, parole, parole che creano solo un clima teso. La sensazione, però, è che qualche angolo sia stato smussato anche se la strada resta ancora lunga.

Corsa contro il tempo
«È stato un incontro utile», hanno dichiarato a una voce Centrella, Bonanni, Angeletti e persino Susanna Camusso la quale, solo quarant’otto ore prima, aveva parlato di passo indietro nel negoziato su articolo 18 e ammortizzatori sociali. Il confronto continuerà anche nei prossimi giorni (ma non si sa bene né dove né quando) per concludersi il 23 marzo. Oltre questa data il governo ha più volte ribadito che andrà avanti da solo. Per il momento, ha affermato Luigi Angeletti,, vi basti sapere che stiamo trattando. E Susanna Camusso ha preso la scorciatoia: «Le trattative non si fanno sui giornali». Basteranno i sette giorni utili che intercorrono da qui al 23 marzo per venire a capo di tutto? Se non ci saranno impuntature probabilmente sì. «Il problema non è il tempo – ha detto ieri il leader della Cisl – se il governo non è duttile come lo è il sindacato è chiaro che si perde tempo». A porre i paletti è stato negli scorsi giorni Monti, che ha fissato una  “dead line” compatibile con i suoi impegni e con la volontà  di seguire direttamente da Palazzo Chigi l’intera vicenda. Cosa che gli sarà possibile fino al 23. Successivamente, infatti, ha in agenda un viaggio in Asia e al ritorno mancherebbe il tempo per concludere il tutto entro fine mese, termine più volte confermato anche in sede europea. Non è un caso se lo stesso Bonanni ha ritenuto di mandare un messaggio cifrato al presidente del Consiglio: «La Fornero – ha detto – è una gentile signora che può fare bene il suo lavoro». Come dire che, volendo, si potrà lavorare anche se Monti dovesse trovarsi a migliaia di chilometri di distanza. Per la Camusso, i tempi «possono essere brevi se ci sono le soluzioni». Qui, invece, è solo «ricominciato un confronto utile e costruttivo».

La “paccata” della Fornero
I problemi di merito sono ancora tutti sul tavolo. «Senza mobilità  – ha detto Bonanni intervenendo a Italia sul Due – sarebbe un’ecatombe sociale». Ma proprio la mobilità è uno degli strumenti che la Fornero vuole mandare in soffitta. Se il sindacato dirà di sì, ha fatto sapere senza tante perifrasi martedì scorso, della trattativa farà anche parte una «paccata di miliardi» che, in caso contrario, il governo non farà neppure vedere. Soldi veri, dice il ministro del Welfare, che non arriverebbero da tagli alla spesa sociale ma sarebbero reperiti in altro modo. La Camusso, però resta scettica. «Se davvero ci fosse una paccata di soldi – ha detto lasciando credere che invece il piatto piange – potrebbe servire a dare le prospettive che noi continuiamo chiedere». E la Fornero? «Il suo linguaggio in certe occasioni non è né chiaro né diretto. Forse a volte è un po’ arrogante… Tra i suoi pregi c’è una gran tenacia, mentre tra i suoi difetti c’è quello di comportarsi come se fosse in una classe a insegnare e non invece in un confronto tra persone con istanze diverse». Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, gioca sulle parole per fare ironia. Una paccata di miliardi? «Noi – sostiene – abbiamo visto solo la paccata». Si può chiudere tutto entro il 23 marzo? «Sì – conferma – a condizione che sul tavolo vengano indicati punti fermi e cifre».

Ricetta per la cig
Lasciando per il momento da parte l’articolo 18, su cui siamo ancora fermi alle schermaglie tra chi, come il governo, sostiene che non può essere considerato un tabù e chi, come la Cgil, si rifiuta perfino di prendere in considerazione una discussione sulla possibilità di emendarlo, c’è tutta una vasta tematica sugli ammortizzatori sociali che si tratta di far digerire al sindacato. Da una parte le pensioni (quelle di anzianità sono state abolite e quelle di vecchiaia rimandate a 66 anni) dall’altra la cassa integrazione speciale da rivedere e la mobilità da archiviare. Il tutto per avere in sostituzione strumenti che dovrebbero poggiare su tre pilastri: un’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), una serie di tutele in costanza di rapporto di lavoro (la cig ordinaria, quello che rimane della straordinaria e i fondi di solidarietà), e strumenti di gestione degli esuberi strutturali. La vera novità è l’Aspi che dovrebbe assorbire mobilità e indennità di disoccupazione. Dal 2015, assieme alla cig ordinaria, sarà il solo strumento ancora operativo. Potrà arrivare a un massimo di 1.119,32 euro lordi al mese per un periodo non superiore a un anno, allungabile a 18 mesi nel caso di disoccupati con più di 55 anni di età. Come sarà finanziato? Con un contributo dell’1,3 per cento sulla retribuzione lorda per tutti. Attualmente già grava sull’industria, ma gli artigiani pagano lo 0,40 e bar e ristoranti lo 0,18. Per i lavoratori a tempo determinato il contributo sarebbe addirittura del 2,7 per cento.

Un fondo per gli esodi
Nulla è ancora scontato, ma dovrebbe anche arrivare il fondo «per incentivare l’esodo dei lavoratori anziani», sul modello di quanto avviene per il settore bancario, e il «contributo di licenziamento». Entrambi le cose previste, nero su bianco, nel documento di 14 pagine che il ministro Fornero ha inviato riservatamente alle parti sociali. Al primo potrebbero accedere tutti i lavoratori «che raggiungerebbero i requisiti di pensionamento nei successivi quattro anni», il secondo attiva un campanello d’allarme in casa di chi sostiene che l’articolo 18 è intoccabile. Infatti, è evidente che l’obiettivo è quello di rendere più facili i licenziamenti. Il contributo verrà versato all’Inps al momento del licenziamento di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato e sarà pari a mezza mensilità per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.