Il sindacato al tempo di Monti

La storia delle relazioni sindacali, della loro funzione sociale e del loro ruolo politico sta per essere riscritta in diretta. Dall’esito delle contrattazioni sulla riforma del lavoro dipenderà quale tipo di immagine delle organizzazioni sindacali erediteranno i nostri figli: una struttura a tutela dei deboli contro lo strapotere del padronato? Una moderna camera di compensazione e mediazione degli interessi di categoria? Un’altra delle concentrazioni di sottopotere che hanno impedito il cambiamento tutelando interessi particolari a detrimento dell’interesse generale? Nelle esternazioni dei rappresentanti di governo e dello stesso technopremier, prevale nettamente l’ultima versione. Come giustamente riflette Gaetano Rasi all’interno di questo giornale, il problema assume una dimensione anche costituzionale. Nel primo articolo della nostra Carta si postula una repubblica “fondata sul lavoro”, ma negli articoli successivi non si dà chiarezza su come questo “fondamento” debba essere rappresentato negli organi istituzionali, né come possa o debba essere garantito, né che funzione abbia ai fini dell’inserimento sociale o della effettiva cittadinanza. Gli articoli del titolo terzo – dal 35 in poi – trattano di economia e lavoro in modo vago e pletorico; l’articolo 39 sulla libertà sindacale altro non aggiunge e il 46 – quello sulla partecipazione gestionale dei lavoratori nelle aziende – non è mai stato applicato. Il Cnel doveva essere “il Parlamento delle categorie produttive”, all’interno del quale si sarebbe verificato un confronto quotidiano sulle strategie di sviluppo. Se funzionasse oggi secondo l’idea di chi lo aveva concepito, ci saremmo risparmiati la Fornero. E forse non saremmo arrivati a dover subire Monti.