Il ricatto del Prof: «Potrei anche lasciare»

«Il pallone è mio e decido io, altrimenti me ne vado e non gioca più nessuno». È più o meno questo il messaggio con cui il premier Mario Monti intende rasserenare la dialettica democratica nel complesso dibattito sulla riforma del lavoro. Insomma, il caro vecchio ricatto: o si fa come dico io o salta tutto, prendere o lasciare. Parlando da Seul, dove ha partecipato a un vertice sulla sicurezza nucleare militare e civile, il presidente del Consiglio non ha potuto fare a meno di parlare dei temi che agitano la politica interna, a cominciare, appunto, dalle questioni sociali. Il tutto sempre con questo tono da «sono troppo figo per voi, non mi meritate». Il che, forse, non è completamente falso: decisamente non ci meritavamo tutto questo.

Quasi quasi me ne vado

Il messaggio del premier, comunque, è chiaro: «Se il Paese attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro – ha spiegato Monti – non chiederemmo di continuare per arrivare a una certa data. A noi è stato chiesto di fare un’azione nell’interesse generale. Un illustrissimo uomo politico – ha aggiunto il Prof, citando, senza nominarlo, Giulio Andreotti – diceva “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Per noi nessuna delle due espressioni vale perchè l’obiettivo è molto più ambizioso della durata ed è fare un buon lavoro». Dopo la minaccia, il presidente del Consiglio è entrato nel merito, spiegando: «Ora credo che il dovere che abbiamo è di spiegare sempre meglio e in modo più persuasivo questa riforma che era notoriamente un punto tra i più difficili», allo scopo di «cercare di convincere l’opinione pubblica e il Parlamento». Monti ha poi confermato di trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda di Elsa Fornero, che a Repubblica ha dichiarato: «Questa è una riforma seria ed equilibrata. Spero che i partiti capiscano: modifiche se ne possono fare, ma il governo non accetterà che questo disegno di legge venga snaturato, o sia ridotto in polpette». Una espressione, quest’ultima, che trova il sostanziale favore del premier: «Con me – ha detto – il ministro non ha usato questa espressione, ma certamente bisogna evitare di farne polpette». Dal punto di vista tecnico, in relazione alle dinamiche parlamentari, Monti ha spiegato perché non si è scelto lo strumento del decreto legge per varare la riforma del lavoro: «Un dl – ha precisato – sarebbe venuto a valle di un processo più lungo ma con una qualità al ribasso» e il governo «ha fatto una scelta di qualità».

Rassicurare gli investitori
Monti ha poi spiegato come le virtù taumaturgiche del suo esecutivo siano apprezzate all’estero, dove tuttavia si teme la dipartita dei tecnici e il ritorno dei soliti italiani pizza-spaghetti-mandolino al governo: «Mi sono reso conto – ha detto il premier parlando dei suoi interlocutori asiatici – di quanto seguano da vicino gli sviluppi italiani e quanto la vedano da vicino per il fatto di aver avuto parole di apprezzamento per quanto fatto negli ultimi 4 mesi e di qualche apprensione, non tanto a breve termine, ma su quanto potrebbe accadere dopo le elezioni del 2013 su cui sono molto incerti loro». Si tratta, ha aggiunto, di un «tema che emerge in qualche Paese sede di fondi sovrani interessati a investimenti in altre parti del mondo come Singapore o sedi di grandi istituzioni finanziarie e private come i fondi pensione in Canada». C’è, in altri termini, «il palpabile desiderio di capire se, come e quanto intensificare gli investimenti in Italia, ma poi viene sempre la domanda sul quid dopo il 2013: la mia risposta è rassicurante». Questo perchè, «dico che sono convinto che, come molti pensano, la fase particolare che sta vivendo la politica italiana si sta rivelando una cartina di tornasole che sta mostrando agli stessi partiti politici una crescente maturità dell’opinione pubblica e un crescente senso di responsbailità dei cittadini, disposti ad accettare con un senso di maggiore disponibilità sacrifici anche pesanti perchè ne hanno forse compreso la necessità più che in passato». A tutti, «ho espresso la mia convinzione che quando tornerà presto la politica tradizionale non sarà più quella tradizionale perchè avrà fatto tesoro di quanto questo test ci sta rivelando sulle percezioni e lo stato d’animo degli italiani che sono più esigenti verso chi governa e il mondo politico e più responsabilmente comprensivi della necessità di non essere destinatari di promesse generiche sul futuro ma di sacrifici nel loro stesso interesse nel loro periodo».

Riforma equa e incisiva
Della riforma del lavoro, del resto, Monti aveva già parlato in mattinata, discutendo con i giornalisti sull’aereo che lo portava da Astana e Seul. La riforma, aveva detto, è «equa e incisiva». E per questo, fermo restando che il Parlamento è «sovrano», cercheremo di «avere un risultato finale, in tempi non troppo lunghi, il più vicino possibile al testo varato dal cdm». Alla domanda se si attendesse un viaggio tranquillo o se si sarebbe portato dietro il peso delle polemiche sulla riforma appena varata dal governo, il professore aveva risposto: «Sento il peso di decisioni non facili che in questi ultimi giorni il governo per parte sua ha dovuto prendere; non abbiamo mai potuto, dal 16 novembre, evitare di prendere decisioni difficili. La situazione dell’Italia come si trovava nel momento in cui ci è stata affidata questa responsabilità era, lo sappiamo tutti, piuttosto grave e abbiamo cercato in questi mesi di essere equi nel distribuire i sacrifici o i contributi delle diverse parti economiche e sociali al risanamento dell’Italia. Poi – aveva concluso – quando si tratta di lavoro, di sindacati, di forze sociali, di elemento umano è chiaro che il rispetto per tutti i soggetti coinvolti nella consultazione è grande». Già, il rispetto per le istituzioni è grande. A patto che facciano ciò che dice il governo. Altrimenti i prof se ne vanno e ci lasciano a piangere in un angolo. E poi chi glielo dice agli investitori stranieri?