Il Pd aveva brindato troppo in fretta

Ma quali correttivi, quali modifiche. Qui non c’è nulla da correggere e modificare, «Bersani, smettila di balbettare e stacca la spina a Monti». Nei giorni più difficili vissuti dal Pd – che all’indomani della caduta del governo Berlusconi pensava di aver conquistato la Luna e aveva brindato con fiumi di champagne – c’è la rivolta della base. Sul web siamo all’aut aut, o con noi o contro di noi, tertium non datur. Perché – ci tengono a sottolineare i navigatori internet – nessuno è fesso e la “melina” di Bersani è solo un tentativo di «prenderci per i fondelli», come dice senza mezze misure su Facebook un militante piuttosto arrabbiato. Sul lavoro e sull’articolo 18 il gioco si fa duro, con il Pd spaccato, la Cgil che – capita l’aria che tira – si è tirata indietro, i riformisti del partito messi all’angolo, il governo che sembra disposto a concedere solo qualche cucchiaino di zucchero. C’è un punto di non ritorno: i “professori” non hanno più fiducia nella Camusso, rimasta intrappolata dalla golden share esercitata dai metalmeccanici e costretta a dire no alla bozza di documento della Fornero. Non a caso sono rispuntati vecchi linguaggi e vecchie logiche, è stata sfoderata l’arma dello sciopero generale (ieri sono state indette 16 ore di astensione dal lavoro). Adesso la parola d’ordine sia per il Pd sia per la Cgil è ribaltare il tavolo del lavoro, per ragioni di partito. Massimo D’Alema parla addirittura «di testo pericoloso e confuso». E la leader della Cgil lancia l’Sos: «Ci rivolgiamo a tutto il Parlamento – ha affermato in conferenza stampa – perché intervenga per modificare le norme». E al premier manda a dire che la «partita non è chiusa». Quindi  bacchettate agli “amici” di Cisl e Uil «responsabili di aver interrotto un’iniziativa unitaria», proprio mentre dal fronte governativo emergeva «l’assoluta volontà  di non mediare in alcun modo. Non ha mai manifestato la volontà di cambiare le virgole – ha aggiunto – figuriamoci la sostanza». E adesso per tutti i lavoratori diventa forte il rischio «di un uso indiscriminato dei licenziamenti economici». Tutto questo  contrabbandando i provvedimenti come iniziative per la crescita, mentre «il risultato vero sarà che diventerà più facile licenziare».

La sconfitta di Bersani
Una Cgil che dice no all’intesa raggiunta martedì a Palazzo Chigi è un sindacato che si muove all’interno di un modo massimalista di concepire le tutele sul lavoro. Corso d’Italia pensa a una mobilitazione da accompagnare con manifestazioni territoriali e da far sfociare in otto ore di sciopero generale. Per Maurizio Landini, leader dei metalmeccanici, non ci sono dubbi: «La riforma rende più facili i licenziamenti». Da qui la «necessità di contrastarla con ogni mezzo e con ogni forma di protesta democratica nelle fabbriche e nel Paese». E la Camusso aggiunge: «Non sarà una cosa di breve periodo». Parole a uso esterno (affinché il governo, in vista dell’incontro conclusivo di oggi a via Flavia, capisca che forse è il caso di non tirare troppo la corda), ma soprattutto a uso interno, un segnale al Pd o quantomeno alla sua parte cosiddetta riformista. La Cgil che dice no, dopo le molte pressioni arrivate dallo stesso Bersani per evitare la rottura dei rapporti con Palazzo Chigi, rappresenta una sconfitta per il sindacato, ma è prima di tutto una sconfitta per l’intera segretaria del partito. Non è un caso se ieri Bersani, rispondendo ai giornalisti, ha affermato: «Non lo chiamo accordo». E non ha escluso tentativi di modifica in Parlamento.

Margini stretti
Diventa tutto più difficile: o il Pd vota il provvedimento e allora diventa corresponsabile del governo che sostiene, oppure non lo vota, nel qual caso è tutta la sua filosofia degli ultimi mesi ad andare in cortocircuito. Ma anche qui Bersani è tutt’altro che libero di muoversi. Da una parte ci sono i falchi, in collegamento diretto con Corso d’Italia e con la Fiom, dall’altra i moderati interni, con Enrico Letta che esclude il possibile voto negativo dei democratici a Monti. E il responsabile economico, Stefano Fassina che, invece, assume la posizione opposta, arrivando a paragonare Monti a Sacconi. Con la Fiom c’è anche Antonio Di Pietro, che parla di «scalpo per la Bce» e annuncia l’intenzione di dare corso a un vero e proprio «Vietnam parlamentare», e Nichi Vendola che si dice «a fianco della Camusso». Comunque vada, c’è il rischio concreto che sia Bersani a rimetterci lo scalpo. Uno sbocco che, in questo momento, rischierebbe di fare esplodere l’intero Pd, attaccato a sinistra dal leader di Sel che avverte: «Attenti, la Cgil non è certo isolata nel Paese e farà valere le ragioni di milioni di italiani». Tiziano Treu, senatore del Pd e giuslavorista,  prova a metterci qualche pezza affermando che la riforma «non è la fine della storia. La Germania – dice – vive da sempre con il sistema che si sta cercando di introdurre adesso in Italia. Come la Germania sarà un giudice a decidere sul reintegro nei casi di licenziamento per motivi disciplinari. Il punto critico è quello del licenziamento per motivi economici. I miei colleghi tedeschi mi dicono che in Germania il reintegro sui licenziamenti economici non c’è mai».

Questione chiusa
Né la Cgil né il Pd sembrano comunque impressionare il governo. Monti si dice dispiaciuto per il no di Corso d’Italia, ma afferma che «per il governo la questione è chiusa». Una frase che gela Bersani. «I patti – afferma il leader dei democratici – non erano questi. Si sarebbe dovuta tentare l’intesa in tutti i modi». Ma il premier ribatte che nessuno ha il diritto di veto, neppure la Cgil. Ed Emma Marcegaglia invita la Camusso «alla responsabilità» puntando l’indice contro «le ipotesi di indennizzo» (fino a 27 mensilità) che definisce troppo alte. Discussione conclusa? Tutto lascerebbe credere di sì, anche se Bersani ricorda che «su questa riforma dovrà pronunciarsi il Parlamento». Il Pd vuole modifiche che difficilmente otterrà. Nel qual caso per Bersani sarebbe la resa dei conti: sul fronte interno e nei rapporti con la Cgil.