Garimberti: la Rai non si commissaria, niente scorciatoie

«La governance della Rai così com’è non mi piace perché all’atto pratico non è più moderna». Nella partita a scacchi che i partiti stanno giocando sulla Rai con la consueta dose di retorica nuovista, che nasconde i consueti propositi di occupazione di poltrone e poltronissime, si inserisce la presa di posizione molto netta di Paolo Garimberti. Di commissariamento non se ne parla. «Occorre che il Parlamento faccia la riforma e non sono possibili scorciatoie», dice Garimberti a margine della presentazione del nuovo programma Istituzioni, in onda da sabato prossimo su Raitre.

Una doccia fredda per Bersani

Con poche parole ha gelato Pier Luigi Bersani, che per primo ha cavalcato la crociata per il commissariamento dei vertici di viale Mazzini. Un nome una bandiera: la new entry nel palinsesto «serve per combattere il sentimento dell’antipolitica che, seppure ha delle ragioni per esistere, è negativo per il Paese, e in particolare per i giovani. Occorre invece riavvicinare la gente alla politica e questo programma può farlo, poiché ripercorre il ruolo delle cinque più alte cariche dello Stato». Quell’antipolitica alimentata da un ben orchestrata campagna mediatica ma anche dalla cattiva politica, quella che (da sempre) a fasi cicliche vorrebbe mettere le mani o ripulire dalle gerarchie vigenti la più grande azienda culturale italiana. Questa volta con lo strumento di un commissario che azzeri tutto.

La legge è chiara
Stando alla legge, però, spetta solo alle Camere riformare il sistema radiotelevisivo pubblico, altre strade, compresa quella del commissario governativo, non sono normativamente possibili. Non si può, “semplicemente” perché il bilancio è in attivo (viene chiuso con cinque milioni di utile), va dicendo da giorni Maurizio Gasparri, «il premier Monti sa benissimo che forzando la mano si rischia di andare in tribunale».
Da ieri lo sostiene pure il numero uno della Rai e le cose cambiano, anche perché Garimberti non può essere considerato neppure per un attimo un uomo messo lì dal centrodestra, che fa la scia al presidente dei senatori pidiellini. Facciamo un passo indietro: l’ipotesi di mettere la Rai in mano a un commissario governativo, come si fa con le aziende pubbliche disastrate, in origine è stata ipotizzata da Bersani, ancora una volta lasciato solo nelle sue geniali proposte. Uno scivolone al quale è seguito il no secco del Pdl, per il quale la Rai non solo non è una priorità tra le emergenze dei cittadini ma non è scritta nell’agenda con cui il governo tecnico ha chiesto la fiducia del Parlamento. In seguito al segretario del Pd si è accodato Gianfranco Fini a nome di tutto il terzo Polo, tanto che Casini, per niente convinto, ha dovuto fare marcia indietro e sostenere che in caso di mancato accordo la strada del commissariamento è quella giusta. Tutti sembrano parlare senza conoscere la legge o infischiandosene. La Gasparri non prevede la possibilità del commissario, i conti della Rai non sono in rosso come confermano le parole di Renato Schifani, presente ieri alla presentazione del nuovo programma Rai. «Il fatto di avere chiuso il bilancio in attivo – ha detto – è stato il contributo che ha stimolato i dirigenti a realizzare una trasmissione ad alto contenuto istituzionale». Il governo non può fare una scelta del genere, ha spiegato in un’intervista Gasparri, «non sussistono le condizioni per chiederlo, sarebbe una procedura incostituzionale. Si può commissariare non per fare contento Bersani, ma solo se c’è un’azienda in dissesto, mentre il bilancio Rai 2011, per la prima volta dopo cinque anni, sarà in leggero attivo, anche se c’è gente che finge di non saperlo». E nei corridoi di Palazzo San Macuto lo sanno tutti e ne parlano sottovoce. Ma i pasdaran del “radiamo tutto al suolo”, Beppe Giulietti e Vincenzo Vita, chiedono di fare presto, «non sappiamo – dicono – se alla fine manderanno un commissario, un questore o un prefetto, ma non c’è tempo da parte perché l’azienda rischia il collasso». Difficile trovare un appiglio per procedere come vorrebbero Bersani, Fini e Casini.

Le valigie possono aspettare
D’altra parte resta sul tavolo il tema prioritario di un Consiglio di amministrazione in scadenza da rinnovare e di un direttore generale a cui attribuire grandi poteri e più autonomia. «Sul futuro della Rai ci sono tappe ben disegnate. Dopo l’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci, tocca a Commissione di Vigilanza, Parlamento e governo – chiarisce Garimberti, che non intende fare le valigie prima del tempo – deve essere ben chiaro, però, che il cda è un amministratore delegato collegiale e deve restare in carica per l’ordinaria amministrazione, altrimenti verremmo meno ai nostri obblighi di amministratori». Anche sul calendario si innervosisce perché, spiega, le cose non stanno come scrivono i quotidiani: «Il consiglio non scade il 28 marzo, conclude il suo mandato quando l’assemblea dei soci approva il bilancio, dopo però non è che il consiglio va via. Leggo sui giornali qualunque cosa e per questo polemizzo con una disinformazione sulle scadenze. Dopo l’approvazione aspetto di vedere cosa faranno governo e commissione di Vigilanza, ma resto a fare il mio dovere di amministratore fino a quando mi diranno se devo togliere le tende, piantare chiodi per nuove tende, o piantarli per le vecchie tende che restano».

«Siamo il servizio pubblico»
Per ora sta lì: «la Rai continua svolgere il suo ruolo di servizio pubblico, e tante sono le occasioni in cui l’azienda svolge questo compito e poi non è detto che non vi siano programmi commerciali di altissimo livello, come quello di Fiorello, che non rappresentino trasmissioni di servizio pubblico». Ieri si è molto dilungato sulla filosofia della “sua” Rai fino alla stoccata all’immoralità” dei telespettatori. «Di certo – rimarca Garimberti –  va anche considerato che per fare servizio pubblico occorre avere i mezzi e che, fin quando l’evasione del canone sarà così alta, questo sarà difficile. Fare servizio pubblico con i proventi della pubblicità è un paradosso solo italiano». Lorenza Lei aggiunge che il nuovo programma «rappresenta cosa vuole essere la Rai e cosa è stata. È un documento con i giovani e per i giovani e questo emerge chiaramente nella serie grazie all’ottimo lavoro di autori e registi».