Foglie di fico: Monti e partiti, chi usa chi?

Su cose fondamentali – come le pensioni – e meno fondamentali – come la liberalizzazione delle licenze dei taxi – la giunta tecnica non ha esitato a mostrare gli attributi imponendo i cambiamenti a colpi di decreti e fiducie. Sulla riforma del lavoro è mancato il coraggio. Fa pensare un po’ al “forte coi deboli e debole con i forti”. Dinanzi al muro sindacale, il decisionismo di Monti si è infranto, costringendolo a trincerarsi dietro il Parlamento che di fatto aveva esautorato. E la maggioranza che lo sostiene – a dir poco eterogenea – nell’impossibilità di mettersi d’accordo su come “cambiare il Paese”, ha abbassato le pretese e si occuperà di cambiare il Parlamento. Come fosse un medico che – siccome non gli lasciano operare i pazienti – si contenta di operare se stesso. Tanto dell’esito dell’operazione non è che gliene freghi più di tanto a nessuno. Di fronte a problemi come l’incubo della perdita del posto di lavoro e l’alleggerimento delle buste paga, è difficile immaginare milioni di cittadini tirare un sospiro di sollievo scoprendo che non ci sarà più il “vincolo di coalizione” e che si alzerà la soglia di sbarramento. E l’appetito degli anti-politici non si soddisferà certo con un taglio più o meno cospicuo dei parlamentari. Checché ne pensi Obama – così apparentemente entusiasta degli “incredibili risultati ottenuti in così poco tempo da Monti” – di riforme “salvifiche” per l’Italia qui non è giunta notizia.