E Passera è già sul viale del tramonto

Va bene, c’è la riforma del lavoro sul tavolo ed è normale che Elsa Fornero sia al centro della scena e che conquisti scatti su scatti a fianco al premier. Ma visto che il decreto liberalizzazioni è arrivato al traguardo giusto ieri, perché di Corrado Passera nessuno parla? O, meglio, perché nessuno ne parla più? E, soprattutto, perché l’altro giorno, mentre si votata la fiducia al suo decreto, sui banchi del governo al fianco di Mario Monti non c’era lui ma la collega con la delega al Welfare?

Candidato in pectore. Di tutti
Passera era la grande promessa del governo Monti. Lo è stato fin da quando i tecnici sono arrivati a Palazzo Chigi e lo è rimasto a lungo, almeno in proporzione alla vita di questo esecutivo. Tale era il suo credito che, nell’arco di poche settimane, s’è guadagnato il titolo di candidato premier in pectore di tutti i principali partiti. Lo ha corteggiato Pierferdinando Casini, che vagheggiava una grande coalizione Pd-Pdl-Terzo Polo con il benestare di Giorgio Napolitano e della Bce. In realtà, il leader Udc avrebbe voluto Mario Monti in persona, ma Passera era considerato un’alternativa più che valida. Del resto, era l’idea diffusa, il ministro incarnava qualcosa a metà tra il premier (tecnico) ombra e l’astro (politico) nascente. Un pensierino su di lui lo aveva fatto anche il Pd e Nichi Vendola era dovuto intervenire con una specie di ultimatum: o lui o me. Per il Pdl, invece, era stato Roberto Formigoni a buttare lì il nome del ministro, che poi è tornato in auge quando sembrò che Silvio Berlusconi fosse perplesso su Angelino Alfano, privo di quel «quid» necessario a fare il premier.

Sulla via del tramonto
Succedeva mica tanto tempo fa. Questione di settimane, durante le quali però la stella di Passera è via via andata tramontando. Forse non del tutto se, come riferiva il Foglio di ieri, lunedì la presentazione del libro Cercando Gesù di monsignor Vincenzo Paglia e Franco Scaglia, «attestava movimenti dell’interessato e aspettative di mondi sensibili alla questione della transizione politica e al ritorno al proporzionale». Ma intorno al banchiere prestato alla politica qualcosa è cambiato e anche quell’articolo sul Foglio sembra attestarlo.

E ora non lo calcolano più

Il Foglio metteva in fila tutti quelli che l’hanno scaricato: da Carlo De Benedetti a Berlusconi. Praticamente una parabola uguale e contraria a quella che lo ha visto in ascesa, dopo la partenza facile in pole position. Quanto al perché di questa situazione il giornale di Ferrara non ci è andato tenero, spiegando che il ministro è «troppo concentrato sulla costruzione di ponti verso il futuro prossimo con scarsa presa sull’oggi e il rischio di scivolare in acqua prima di poterli attraversare». Tradotto: Passera al governo sta facendo pochino, forse per non scontentare nessuno. Sarà un caso, ma lunedì, nell’ambito della rassegna “Roma incontra”, proprio Giuliano Ferrara sarà a colloquio con Pierferdinando Casini sul tema “Dopo Monti, Monti?”. L’impressione, dunque, è che Passera non sia più calcolato nemmeno come ripiego, da alter ego del professore che era.

Molte delusioni per molti
Certo è che le liberalizzazioni hanno deluso molte aspettative, hanno provocato un putiferio con tanto di Italia bloccata da Tir e forconi e ancora ieri suscitavano annunci di sciopero da parte di farmacisti e avvocati. Non parliamo poi del pasticcio sulle banche, di cui Passera è espressione e dovrebbe essere garante, che si sono viste togliere le commissioni sui prestiti. Ieri sulle commissioni è stato approvato alla Camera un odg bipartisan che invita il governo a ripristinare lo status quo precedente, ma c’è da scommettere che con un “proprio” uomo nel governo i vertici dell’Abi non si sarebbero mai aspettati di dover giungere alle dimissioni in blocco per farsi ascoltare. Non parliamo nemmeno dei provvedimenti per lo sviluppo, la mission del dicastero di Passera. Non ne parliamo perché, ad oggi, restano buone intenzioni, per altro sbandierate da Monti e non dal ministro.

E c’è una nuova prima donna
Passera, insomma, ci ha messo del suo per perdere il ruolo di più quotato del governo. Ma una mano gliel’ha data anche una sua collega, perché evidentemente anche per i tecnici vale una regola aurea della politica: ogni spazio lasciato vuoto sarà riempito da altri. Così man mano che lui arretrava, Elsa Fornero guadagnava terreno. Elsa che piange, Elsa che ride sventolando il testo della sua riforma e sfoggiando la coccarda di solidarietà ai marò, Elsa che tiene testa alla Cgil, ma guadagna il favore degli altri sindacati, fugando il rischio paralisi su una riforma che in altri momenti avrebbe scatenato barricate. E poco importa che i pugni sul tavolo li abbia dovuti sbattere Monti. Ciò che conta, come tutte le foto di questi giorni raccontano, è che ora è la Fornero a sedere alla destra del premier.