Così Carolina Ciano scriveva a Mussolini (e lo “discolpava”…)

Siamo sicuri che Mussolini volle davvero la condanna a morte del genero, Galeazzo Ciano, colpevole di averlo tradito per avergli votato la sfiducia nella storica seduta del Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio 1943? Così vuole la storiografia ufficiale, alla quale, nel mio piccolo, posi un paletto nel 1983 quando, in una lunga intervista, il generale Karl Wolff, già capo delle SS in Italia, mi raccontò delle lunghe, drammatiche telefonate fattegli, dopo la sentenza, dal Duce, alla disperata ricerca di una strada per far cambiare idea a Hitler, il più intransigente sostenitore dell’esecuzione capitale di Ciano. Richiesta d’aiuto che, peraltro, Wolff non poté soddisfare in quanto, a sua volta, non in grado di influire sulle decisioni del Führer.
Un’importante conferma all’ipotesi che quelle condanne a morte, fortemente volute dalle componenti più intransigenti del fascismo repubblicano (da Pavolini a Farinacci), non furono mai approvate da Mussolini, obbligato, in un certo senso, a subirle, viene dalle lettere inviate al Duce dalla mamma di Galeazzo Ciano, la contessa Carolina. Alcune di esse già si conoscevano, portate alla luce da testi come Vita sbagliata di Galeazzo Ciano di Duilio Susmel. Una, molto importante, è stata recuperata dallo storico bresciano Lodovico Galli, che l’ha resa nota nel suo libro Relazioni e appunti della Rsi (pubblicato in proprio, lodovicogalli@libero.it).
È sufficiente leggere alcune frasi di Carolina Ciano per rendersi conto che una madre non può usare quel tono e quelle parole rivolgendosi a colui che ha voluto la morte del suo adorato figlio. Già prima che s’insediasse la Corte Speciale di Verona, il 2 novembre ’43 aveva scritto al Duce: «Il cuore di una mamma è sempre perdonato in qualsiasi momento e ora il mio cuore non può tacere davanti allo strazio di questa situazione tremenda. Venga pure giudicato mio figlio, come tutti gli altri. Ma dal mio cuore lacerato si eleva un grido di sdegno contro le accuse false e insussistenti di questi scalmanati accusatori che si permettono di gridare in pubblico che “per primo sarà fucilato Galeazzo Ciano, perché è l’uomo più ricco d’Italia”. Galeazzo è stato troppo buono e generoso con tutti. Forse oggi sono proprio loro quelli che gridano la sua morte. Mio figlio, che ben conosci, è un galantuomo».
Ciano fu fucilato l’11 gennaio ’44 assieme a De Bono, Pareschi, Gottardi e Marinelli. Da quel momento, Carolina Ciano non avrebbe potuto far altro che odiare Mussolini. Ecco invece una sua lettera in data 26 marzo ’44 in cui si legge: «…Tu sei troppo buono per non occuparti con tutta la tua anima dei tre nostri nipotini (Fabrizio, Raimonda e Marzio che la mamma, Edda, aveva portato con sé fuggendo in Svizzera; n.d.A.) che rappresentano il domani e che entrano nella vita con questa formidabile amarezza». Altra lettera, in data 10 aprile, chiaramente in risposta ad uno scritto del Duce mai ritrovato: «Mio carissimo. Sono commossa per le tue buone parole. Tutto quello che fai e farai per me è rivolto soltanto ai nostri tre cari nipotini. La mia Pasqua è stata triste come la tua. Sola con i miei pensieri e lontana dalla cara Edda e dai bambini. Dal mio animo grato, i miei auguri di una pace che meriti». Alla luce di queste parole, è impossibile pensare che non vi fosse una piena e totale condivisione di sentimenti tra i due consuoceri. È la riprova che il potere di Mussolini, all’epoca della Rsi, non esisteva più.
Galeazzo Ciano era nato a Livorno nel 1903, figlio di Costanzo, futuro eroe della prima guerra mondiale, nonché fedele e stimato collaboratore del Duce. Entrato giovanissimo in carriera diplomatica, si era innamorato di Edda, figlia ventenne di Mussolini, e l’aveva sposata nel 1930. Ne era seguita una folgorante ascesa: console generale d’Italia a Shangai, poi sottosegretario e ministro della Stampa e Propaganda, infine ministro degli Esteri (9 giugno 1936).
Scoppiata la guerra d’Etiopia, Ciano era corso a combattere, lui aviatore, con il grado di capitano, al comando di una squadriglia di caccia, “La Disperata”, che aveva preso il nome da una vecchia banda fascista di Firenze. Suo braccio destro, in quelle imprese militari, era stato il giovane segretario fascista di Firenze, Alessandro Pavolini, che poi, a Salò, diventerà il suo più implacabile accusatore. Ciano era ormai considerato da tutti il delfino del Duce e gli si attribuiva maggiore influenza sulle vicende politiche, specie sulla politica estera, di quanta in effetti non ne avesse. Nulla poté fare, infatti, malgrado la sua netta ostilità verso Hitler e il nazismo, per scongiurare la fatale alleanza tra l’Italia e la Germania, che si realizzò contro la sua volontà. Fece di tutto per contrastarla, fino al celebre episodio della sigaretta fumata in faccia a Hitler durante l’incontro di Salisburgo del 12 agosto 1939, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale. Tutti sapevano che il Führer non tollerava che si fumasse in sua presenza, ma Ciano, per mostrargli il proprio disprezzo, lo fece ostentatamente. Da quel momento, i suoi diari (i quaderni sui quali ogni giorno annotava gli eventi, i dialoghi, le sensazioni) divennero l’atto d’accusa più tremendo contro il nazifascismo e le sue responsabilità nell’immane catastrofe della seconda guerra mondiale. Della forza dirompente di quei diari Ciano era perfettamente consapevole. E ne erano consapevoli anche i tedeschi, che difatti fecero di tutto per venirne in possesso dopo l’8 settembre 1943. Ma i quaderni, dopo l’arresto di Galeazzo, erano stati posti in salvo in Svizzera da Edda, e saranno ceduti (ma dopo la fine della guerra) a un famoso editore americano.
Per ordine di Kaltenbrunner, capo del Rsha (alto ufficio per la sicurezza del Reich), una affascinante spia tedesca, Hildegarde Burkhardt (alias Felicitas Beetz), di soli 22 anni, fu incaricata di sorvegliare Ciano per carpirgli il nascondiglio dei diari. Ma Felicitas si innamorò di lui e divenne sua complice, facendo anzi da tramite tra il prigioniero e la moglie Edda. Per processare i membri del Gran Consiglio, il governo di Salò aveva varato una legge retroattiva, che prevedeva la pena di morte per coloro che avevano semplicemente esercitato un loro diritto costituzionale. E Ciano fu condannato a morte assieme ai pochi consiglieri che i fascisti erano riusciti ad agguantare: De Bono, Gottardi, Pareschi e Marinelli. Le fucilazioni furono eseguite alle 9,20 dell’11 gennaio 1944 al poligono di Forte San Procolo, a Verona. Poiché Ciano non era morto sul colpo, il comandante del plotone, Nino Furlotti, dovette esplodergli due colpi di pistola alla tempia destra.