Biancaneve e i set incantati

Settantacinque anni fa, con la proiezione di Biancaneve e i sette nani, tratto dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm, cominciava la storia del lungometraggio animato. La sera della prima, il 21 dicembre del 1937 a Hollywood, non vollero mancare i vip dell’epoca: da Charlie Chaplin a Judy Garland, da John Barrymore a Clark Gable. La lavorazione era cominciata tre anni prima, tra enormi difficoltà sia tecniche che economiche: il lungometraggio fu interamente creato con mezzi artigianali (disegni a mano) e con gli sfondi realizzati con la tecnica dell’acquerello, la trama dei fratelli Grimm fu riproposta aggiungendo un finale più romantico (il bacio del principe che risveglia Biancaneve) e un maggiore approfondimento dei personaggi e, soprattutto, dando un nome ai sette nani (Dotto, Gongolo, Eolo, Cucciolo, Brontolo, Mammolo e Pisolo), icone che hanno alimentato un proficuo e durevole merchandising.
Walt Disney dovette combattere per riuscire a produrre il film. Sia suo fratello Roy Oliver sia sua moglie Lillian tentarono di dissuaderlo, e l’industria cinematografica di Hollywood era scettica rispetto al film definito "la pazzia di Disney", il quale giunse a ipotecare la sua casa per finanziare la produzione dell’opera, che alla fine costò più di un milione e mezzo di dollari. Il film divenne da subito un caposaldo dell’immaginario, non solo infantile, conquistando fan inaspettati: Hitler lo giudicò un capolavoro, Mussolini si emozionò a tal punto che volle poi intervenire personalmente per cancellare il nome di Walt Disney dalla lista dei fumetti banditi dall’Italia durante il fascismo. Il capo del fascismo aveva incontrato Disney a Roma nel 1935: «Parlarono di Topolino, di Minnie e di Paperino», confidò molti anni dopo Romano Mussolini. Ma non solo i dittatori rimanevano estasiati dal lungometraggio su Biancaneve, tra i film preferiti dello scrittore e intellettuale maledetto Robert Brasillach, autore nel 1935, con Maurice Bardeche, di una Histoire du cinéma che tre anni dopo fu tradotta anche in inglese.
Di Biancaneve e i sette nani fu molto criticata la figura della strega, a causa della sua caratterizzazione fortemente negativa rispetto all’immaginario infantile (tra le scene tagliate del film anche una danza degli scheletri rianimati grazie alle arti stregoniche di Grimilde). La scelta di Disney, però, era coerente con il messaggio di fondo che l’autore voleva inviare al suo pubblico, che pragmaticamente supponeva composto anche da adulti: il bene è sempre preferibile al male, e quindi quest’ultimo deve essere descritto come abominevole e terribile. Ma Grimilde in versione cartoon era, a modo sua, una bellezza. Pare che Disney si fosse ispirato, per dare un volto alla strega di Biancaneve, a un capolavoro del medioevo germanico, la statuta di Uta di Ballenstedt a Naumburg, in Turingia (vicenda cui Stefano Pocci ha dedicato un libro, La vera storia della Regina di Biancaneve, dalla Selva Turingia a Hollywood, Raffaello Cortina, 2007).
Ma la bella Uta di Naumburg, la cui statua è collocata nella parte riservata alla celebrazione dei fondatori del Duomo, come ha potuto varcare l’oceano e sbarcare a Hollywood per essere “ridisegnata” nelle fattezze di Grimilde? Il suo volto, altero e dai lineamenti perfetti, aristocratico e attraente al punto da divenire modello delle virtù estetiche femminili, era una presenza costante in tutte le pubblicazioni dedicate alla storia dell’arte medievale tedesca nei primi decenni del Novecento. Era un volto ben presente, quindi, a Wolfgang Reithermann, figlio di emigranti tedeschi giunti in America nel 1912 e divenuto in seguito uno dei grafici che con Walt Disney  definirono tecniche, soggetti e bozzetti di Biancaneve e i sette nani.
Quando Disney partì nel 1935 per un tour europeo assieme al fratello Roy, Reithermann lo consigliò caldamente di visitare Naumburg e di osservare da vicino la statua della bella Uta per cucirgli addosso i panni di Grimilde. Disney fu colpito dalla fotografia della statua indicata dal suo collaboratore: «Era proprio bella, anzi impressionava e quasi raggelava, forse era da pensare a lei come modello per quella che ormai tutti erano d’accordo di chiamare col bel nome tedesco di Grimhilde…».
Proprio in questo 2012 il filone ispirato dalla fiaba dei Grimm si conferma più che mai fecondo: sta infatti per arrivare nelle sale italiane (il 4 aprile) Mirror Mirror, pellicola ironica diretta da Tarsem Singh con la giovane Lily Collins nei panni di Biancaneve e Julia Roberts che presta il suo sorriso seducente alla strega-matrigna che vuole rubare il trono alla figliastra e intende scippargli l’amore del principe Andrew. Sulla scia del successo di Once Upon a Time, serie tv seguitissima negli Stati Uniti (e oggi programmata da Sky per il pubblico italiano) in cui la strega cattiva lancia un incantesimo su tutto il mondo delle fiabe per persgeuitare la bella Biancaneve, Mirror Mirror mischia favola, azione e humor. Miscela molto diversa dalle atmosfere gotiche del film che arriverà subito dopo,  Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sanders. Qui lo stereotipo disneyano viene totalmente capovolto, al posto di una leziosa fanciulla che danza e canta con gli aniamletti del bosco ammireremo una Biancaneve (Kristen Stewart) addestrata alla battaglia da quello stesso cacciatore che avrebbe dovuto ucciderla. «Non volevo interpretare un’eroina stile Disney – spiega Kristen Stewart – sono più tipo Giovanna d’Arco. Nella nostra versione Biancaneve è una guerriera».