Bersani gioca a rimpiattino con la Fornero

Dietro gli slogan e gli articoli “di lotta e di governo” che appaiono sui quotidiani vicini al Pd si nasconde una strategia precisa: intrappolare la Fornero, ridurre la portata della riforma del lavoro, dare in pasto all’opinione pubblica l’idea di averla spuntata, ritrovare un po’ di sano operaismo old style, anche a costo del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Magari con un paragrafo scritto tra le righe: un po’ più di potere alle toghe e siamo tutti felici e contenti. Perché, se è vero come scriveva ieri Repubblica che la grande rivoluzione si ridurrà proprio a questo, giudici sul trono, allora tutto si tradurrà in una colossale marcia indietro rispetto alle attese di queste settimane. Con i tempi della giustizia italiana e con la tendenza ormai radicata nei tribunali a pronunciarsi sempre a favore del lavoratore, anche di fronte a situazioni paradossali, si rischia di introdurre una nuova ingessatura e uno spauracchio ulteriore per chi vorrebbe assumere. Altro che la questua di Mario Monti, in giro per il mondo per trovare investitori. Stando così le cose, nessuno intraprenderebbe la carriera di imprenditore nel nostro Paese e ancora meno saranno quelli che si convinceranno a investire in Italia. Del resto, facendo questo ragionamento non sveliamo davvero nulla. Lo stesso Monti, in un intervento dalla Cina, non ha avuto difficoltà ad affermare che all’estero si attende la riforma, particolarmente in Europa. Attese destinate a rimanere deluse.

L’amarezza della Fornero
Al di là delle ipotesi, se ci si deve limitare a quanto di concreto c’è sul tavolo, dobbiamo prendere per buone le difese che, della riforma «salvo intese», fa il ministro Fornero. «Nessuno – afferma – vuole dare all’impresa licenza di licenziare, non è questo il problema. Il problema è dare una maggiore facilità alle aziende nell’aggiustamento di manodopera, per numeri piccoli e non per numeri grandi, per ragioni che hanno a che fare con l’andamento economico dell’impresa». Tutto chiaro? Per nulla. A differenza di Repubblica, che si soffermava sul maggiore potere che verrà conferito ai tribunali, il ministro sottolinea che l’idea trainante di tutto il progetto è quella di «scoraggiare il ricorso al giudice». Idea che, secondo la Fornero «si è dimostrata vincente», visto che in Germania il ricorso alla magistratura «non va al di là del 5 per cento». Pier Luigi Bersani, lamenta il fatto che un testo ufficiale dell’abbozzata riforma ancora non esista e continua a dire: «In Parlamento discuteremo e le cose si aggiusteranno». In che direzione ancora non è dato sapere.

Il voltafaccia di Cisl e Uil
Se Pd e Cgil (ieri la Camusso è tornata a ribadire che «così com’è la norma consente i licenziamenti facili), infatti, sono contrari alle modifiche all’articolo 18 il Pdl non condivide gli inasprimenti contributivi a carico delle piccole imprese, introdotte per finanziare il futuro Aspi, chiamato a prendere il posto della mobilità e dell’indennità di disoccupazione. A cosa si dimostreranno più sensibili Monti e la Fornero? Alle istanze della sinistra o a quelle del Pdl? Si vedrà. Intanto il ministro del Welfare esprime meraviglia e si dice amareggiata per quanto hanno fatto le organizzazioni sindacali. «All’inizio – afferma – c’era l’accordo di tutti salvo che della Cgil. Poi le cose sono cambiate…». La Fornero le sigle non le cita, ma è evidente che si riferisce a Ugl, Cisl e Uil che, dopo un iniziale via libera, adesso hanno assunto posizioni più rigide. Frenano anche i Vescovi. Nei giorni scorsi la Cei aveva preso posizione a favore della conservazione dell’articolo 18, ieri ha precisato che non si intende dare «nessun avallo a chi non vuole cambiare nulla». «Serve uno sforzo – ha fatto notare il segretario generale Mariano Crociata – per guardare anche a quanti dovrebbero entrare nel mercato del lavoro e non solo a quanti, purtroppo, rischiano di uscirne». E i cosiddetti «esodati», altro tema caldo sul tappeto? La Fornero liquida le strumentalizzazioni dei sindacati e annuncia che «entro il 30 giugno il problema sarà risolto».

Redditi al palo
Ma, come si usa dire, mentre il medico studia la cura il malato rischia il trapasso. E questo è quello che, facendo le debite proporzioni, sta succedendo a chi, a causa della riforma Fornero, è rimasto in mezzo al guado, senza stipendio e senza pensione. Non ha risorse per vivere. E, se il fisco non rinfodera le unghie e la crescita non torna ad essere protagonista, anche altri cittadini potrebbero avere problemi. L’inasprimento fiscale pesa sui redditi degli italiani, che scontano anche le ricadute di stipendi che non crescono (+1,4 per cento l’anno) e dell’inflazione che corre (+3,3 per cento), soprattutto per quanto attiene ai generi che fanno riferimento al cosiddetto carrello della spesa (più 4,6). Il tutto in una situazione in cui il reddito medio degli italiani si ferma a 19.250 euro l’anno (+1,2 per cento nel 2010 e +1,4 nel 2011), ma ben il 49 per cento dei cittadini non supera i 15mila. Una situazione che impoverisce le famiglie che, lo scorso anno, hanno dovuto fare fronte a un divario prezzi-retribuzioni, arrivato a 1,9  punti percentuali, ai massimi dall’agosto del 1995. Uno stato di cose che perpetua le vecchie sperequazioni, dovute all’evasione fiscale, e ne aggiunge di nuove cagionate dalle stangate del governo Monti. Il ministero dell’Economia fa qualche conto e rende noto che quella degli imprenditori sarebbe una categoria “povera”, perché nel 2010 ha denunciato 18.170 euro di reddito medio, contro i 14.980 dei pensionati e i 19.250 dei dipendenti che subiscono la ritenuta alla fonte e, su questo fronte, non hanno nessuna possibilità di evadere. Lo fanno, invece, quando ricorrono al doppio lavoro, praticato ormai da 6 milioni di italiani che così arrotondano le loro entrate.