Angelo Mancia, niente giustizia dopo 32 anni

È la mattina del 12 marzo 1980, ben trentadue anni fa. La strada, ancora deserta, è situata nella periferia orientale della capitale. Siamo in via Tozzi, per la precisione in zona Bufalotta. Angelo Mancia, fattorino del Secolo d’Italia e segretario della sezione del Msi di Talenti, è appena uscito di casa per andare a inforcare il suo motorino parcheggiato poco distante. Deve recarsi al lavoro, Angelo, e quindi va di fretta. Ma non fa che pochi passi quando a un tratto si sente chiamare per nome. Ad apostrofarlo sono tre persone in camice bianco – infermieri? – scese dal retro di un furgone posteggiato di fronte.
Mancia, un marcantonio di appena ventisette anni, intuisce immediatamente il pericolo. È un attivista generoso, Angelo, uno che di coraggio ne ha da vendere. Un combattente sempre schierato in prima linea. Uno, in altre parole, abituato a non tirarsi mai indietro. E lui lo sa che di nemici ne ha molti. Siamo negli anni di piombo, e si vive perennemente nell’inquietudine. Bisogna stare “in campana”, di teste calde in giro ce ne sono tante… Del resto, appena due giorni prima, il dieci di marzo, in via Tiepolo, sempre a Roma, un commando comunista ha “terminato” Luigi Allegretti scambiandolo per Gianfranco Rosci, segretario della sezione Msi Flaminio. Va pure messo in conto che Mancia era da tempo entrato nel mirino degli autonomi che fanno riferimento al collettivo ultracomunista di Valmelaina, coi quali si era più volte scontrato fisicamente. Inoltre era stato inquisito per “ricostituzione del Partito fascista”.
Funzionava così la giustizia italiana all’epoca. Se non ti difendevi morivi e amen. I grandi organi d’informazione per giunta avevano bell’e pronta la pista della “faida interna”. Se invece accennavi a un minimo di reazione l’accusa di “ricostituzione” era dietro l’angolo. Lo stesso Giorgio Almirante era stato più volte accusato dello stesso reato. Voltatosi di scatto, il giovane Mancia non fa in tempo neppure a fiatare che un colpo di pistola sparato a bruciapelo lo colpisce alla schiena. Rimasto in piedi grazie alla sua robusta costituzione fisica, il ragazzo molla subito il motorino e si mette a correre a perdifiato in cerca di salvezza. Chissà cosa gli passa di mente in quegli attimi così concitati. Non lo si saprà mai. I killer, infatti, non demordono. Lanciatisi al suo inseguimento, sono freddamente determinati a eliminarlo. E purtroppo ci riescono. Altri due colpi sparatigli alle spalle, infatti, lo centrano in pieno. Mancia non ha scampo e cade a terra in un lago di sangue. A questo punto da parte dei boia viene inscenato un macabro rituale. Uno dei tre criminali, avvicinatosi al corpo ormai agonizzante di Angelo, gli pianta una pallottola direttamente nel cervello.
La rivendicazione arriva puntuale come la morte: stavolta si tratta dei “Compagni Organizzati in Volante Rossa”. Un gruppo mai sentito prima. La motivazione del gesto è farneticante: si tratta della rappresaglia dei compagni per il coinvolgimento – rivelatosi del tutto infondato – del povero ragazzo nell’omicidio del militante di sinistra Valerio Verbano. Verbano era un militante del Collettivo Autonomo Archimede e simpatizzante del Comitato di Lotta Valmelaina, emanazione territoriale di Autonomia Operaia. Venne freddato il 22 febbraio del 1980 da tre giovani armati e i volti coperti da un passamontagna che fecero irruzione nella sua casa al quarto piano di via Monte Bianco 114, a Montesacro. Lo stesso quartiere in cui operava Angelo. Valerio e Angelo, insomma, militavano in fronti opposti a un tiro di schioppo l’uno dall’altro. Per i canoni dell’epoca erano due “nemici”. Due nemici uniti però dallo stesso tragico destino. Gli assassini di Mancia – questo però lo si saprà solo dopo l’omicidio – hanno passato la notte rinchiusi all’interno del furgoncino in attesa dell’agguato. Con lo stesso pullmino lo squadrone della morte si è poi allontanato rendendosi uccel di bosco. Finché, a un certo punto, c’è stato il trasbordo su una Mini Minor rossa che farà perdere ogni traccia.
Pochi giorni prima, il 7 marzo, una bomba era esplosa in via del Boschetto, nella tipografia del Secolo d’Italia – il luogo di lavoro del giovane assassinato – provocando sei feriti gravi. L’onda d’urto aveva investito anche l’attigua redazione del giornale, sita in via Milano, che per diversi giorni venne costretto al silenzio. Naturalmente nessuno si prese la briga d’indagare, tanto che anche questa “impresa” restò impunita. I funerali del militante di destra si tennero il 14 marzo nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, in piazza della Repubblica. Alla cerimonia, che si svolse sotto una pioggia battente, assistette Giorgio Almirante in persona, allora segretario del Msi, accompagnato da una folla affranta di centinaia tra dirigenti, militanti, attivisti e simpatizzanti del partito. Sarà l’ultima manifestazione della destra nel corso della quale si registreranno incidenti. Dopo trentadue anni ancora non è stata fatta giustizia per Angelo Mancia. E neppure per Allegretti. Tantomeno per le maestranze del Secolo d’Italia. Funzionavano così le cose allora…