Alfredo Mantovano: «I violenti godono di molte complicità»

La tragedia è stata sfiorata più volte. Né sembra che i manifestanti vogliano scongiurarla davvero. I No Tav stanno giocando con il fuoco? «Sì – risponde Alfredo Mantovano, ex sottosegretario agli Interni – e chi gli dà copertura e complicità dovrebbe tenerlo bene a mente».

Mantovano, come vede l’evoluzione della situazione in Val di Susa?

Direi che è un quadro preoccupante. La gran parte delle violenze in quelle zone nasce sfruttando la Tav come mero pretesto. Si cerca solo l’occasione per scatenare violenze in modo sincronico.

In cosa consiste questa “sincronia”?

Quando a poche ore dalla vicenda del traliccio vengono occupate le stazioni ferroviarie in tutta Italia, anche in posti lontanissimi dalla Val di Susa, come Lecce o Cosenza, significa che si cerca un’occasione, ma la rete è già pronta da tempo…

Una rete molto ben organizzata, sembra…

Sì, con coperture, forti legami con organizzazioni estere – penso ai gruppi anarchici greci – e una caratteristica nuova: dicono prima ciò che intendono fare. Per esempio è già da un po’ che viene teorizzato l’omicidio…

C’è da tenere gli occhi aperti, quindi. Eppure la relazione dei servizi al Parlamento di qualche giorno fa sembrava un po’ generica. Non è che si sta sottovalutando il problema?

Attenzione, non confondiamo la relazione al Parlamento, che deve essere generica, dalle informative riservate, che invece sono molto precise. Io ovviamente non ho più accesso a questi documenti da metà novembre, ma quando ero sottosegretario non ho avuto sentore di superficialità nell’opera dei servizi.

Insomma, l’intelligence funziona…

Sì, direi di sì. Pensiamo al C.a.s.a. (Comitato di analisi strategica antiterrorismo) voluto da Pisanu, in cui i rappresentanti di tutte le forze di polizia  si confrontano con i servizi, scambiandosi le informazioni e coordinandosi.

Se, come dice, il monitoraggio a monte funziona, allora c’è forse qualcosa che non va a valle, in chi deve stoppare e possibilmente prevenire le violenze?

Guardi, facciamo l’esempio delle violenze di ottobre, a Roma. Su 80 mila partecipanti, i violenti erano sì e no 400. Molti venivano da fuori, ma hanno trovato appoggio e copertura sulla città. Nella manifestazione hanno attuato la tattica "mordi e fuggi", nascondendosi tra la folla. La prevenzione e il contrasto sono difficilissimi.

Ma molti dei violenti sono conosciuti…

Alcuni lo sono e sono controllati. Altri non lo sono. Molti sono giovanissimi. Né dobbiamo credere che tutti partano da casa per fare violenze, a volte decidono sul momento. Insomma, non sono le Br, per capirci. D’altronde se li chiamiamo “anarco-insurrezionalisti” un elemento di anarchia devono pur averlo.

Ci sono complicità?

Certo. I No Tav, spesso, non sono della Val di Susa. Chi agisce lì ha degli aiuti, esiste, purtroppo, una vasta zona grigia. Ma chi è complice sappia che ha grosse responsabilità.

Altro fronte, stesse preoccupazioni: le notizie che giungono dalla Libia, con le armi di Gheddafi preda di delinquenti e terroristi, non sono rassicuranti. I servizi, secondo lei, hanno presente il problema?

Sì, e non solo quelli italiani. Così come non preoccupa solo la Libia, in Tunisia accade lo stesso. Sappiamo, comunque, che il fenomeno è all’attenzione dell’intelligence.