Alfano, linea dura con Bersani e Monti su Rai e giustizia

La prima crisi di maggioranza del governo Monti nasce secondo i tradizionali schemi della politica: scambi di battute al vetriolo tra i partiti, la mediazione del governo, il tentativo dell’opposizione di approfittarne, la minaccia di non votare la fiducia da parte del Pd, quindi il dietro-front un po’ imbarazzato di Bersani, che rischiava di infilarsi in un vicolo cieco lasciando via libera a un asse Pdl-Terzo polo che oggi, sul ddl Semplificazioni, poteva trasformarsi in nuova maggioranza politica. Alla fine della giornata il governo Monti, pur traballante, resta in piedi, ma i cocci sul pavimento restano. E soprattutto pesa quel “no” del segretario del Pdl Angelino Alfano al tavolo a tre sui temi della giustizia e della Rai, temi che a suo avviso non sono all’ordine del giorno. Vertice saltato e tre quarti del Pdl ad esultare per la linea dura di Angelino: sarà un caso? Di sicuro per tutta la giornata, fin dalle prime ore del mattino, s’è vissuta aria di crisi di governo, per la prima volta da quando Monti è salito a Palazzo Chigi. Nonostante la sua apparente indifferenza: «Sono solo problemi tra partiti…».

Il primo duello su Vespa
Inizia tutto in mattinata, quando Silvio Berlusconi, in partenza per Mosca dove l’attende Putin, annuncia che non parteciperà alla registrazione di “Porta a Porta”. Il Cavaliere non avrebbe proprio digerito l’idea di abbinare la sua presenza in studio a quella di Pierluigi Bersani, prevista il 21 marzo, sempre in prima serata. In particolare, ad irritare l’ex premier sarebbe stata la pubblicità data con un apposito “promo” alle puntate gemelle di “Porta a porta”. «Non capisco la mia presenza in parallelo con Bersani, agli occhi di tutti, in un momento delicato come questo in vista delle amministrative, significherebbe delegittimare il lavoro di Alfano e indebolirlo e prestare il fianco alle strumentalizzazioni della sinistra», sarebbe stato il ragionamento dell’ex presidente del Consiglio. Di lì a poco a complicare la situazione ci pensava proprio Bersani, che su Twitter ironizzava: «Vespa si tolga dall’imbarazzo. Inviti sia Berlusconi che Alfano. Cedo il mio posto».
La controreplica era dello stesso Alfano, ancora una volta con un “cinguettìo”: «Simpatico Pierluigi Bersani! Tanto simpatico che piuttosto che andare a “Porta a Porta” dovresti andare a Ballarò al posto di Crozza». E il gelo calava sui due partiti che sostengono Monti, ma il meglio doveva ancora arrivare.

Alfano ribalta il tavolo
La riforma della governance «va fatta in Parlamento, la competenza spetta alla Commissione di Vigilanza, non al governo». Stesso discorso vale per la giustizia: «I tecnici devono restarne fuori». A metà giornata il Pdl punta i piedi sulla Rai e la riforma del sistema giudiziario e Angelino Alfano, di comune accordo con Silvio Berlusconi, fa saltare il tavolo previsto in serata, disertando l’incontro a palazzo Chigi con Mario Monti e i leader di Udc e Pd, Pier Fedinando Casini e Pierluigi Bersani. «Non ci stiamo ai giochi di palazzo, giù le mani dalle frequenze tv e dalla giustizia, Pd e Terzo Polo non pensino di farci brutti scherzi», avvertono dalle parti di via dell’Umiltà.
«Continuamo a dare la nostra fiducia al governo Monti, fino a quando si occupi solo di economia», dicono all’unanimità i vertici pidiellini (da Gasparri a Cicchitto a La Russa) al termine di un vero e proprio “consiglio di guerra” con Alfano nella sede del partito. «Il compito di Monti deve limitarsi a farci uscire dall’emergenza economia», spiega a chiare lettere Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera. Annullando il vertice, il Pdl ottiene due risultati in un sol colpo: bloccare il Pd, pronto ad accelerare sulla Rai (forte della maggioranza nel Cda dell’azienda di viale Mazzini e principale sponsor della riforma della governance targata Monti), e lanciare un monito al presidente del Consiglio: «Senza di noi l’esecutivo tecnico non regge un solo giorno di più, siamo sempre il partito di maggioranza». In questo scenario rientrerebbe il colloquio di un’ora tra il premier e Fedele Confalonieri: giusto mercoledì il Professore aveva incassato il sostegno del presidente di Mediaset. Confalonieri in commissione alla Camera ieri ha però lanciato un messaggio chiaro e forte: «senza le basi per un ripresa economica» Mediaset potrebbe mettere in dubbio i livelli occupazionali. A far andare su tutte le furie i vertici Pdl sarebbe stata però anche l’indiscrezione secondo cui i leader di Pd e Udc avrebbero incontrato nelle scorse ore alcuni alti funzionari di Viale Mazzini.

Le trame sulla giustizia

A irritare il Pdl sarebbe stato anche il vertice sulla giustizia tra il ministro Severino, Casini e Bersani, svoltosi mercoledì, che ieri il Guardasigilli s’è affrettato a minimizzare come “incontro casuale”. Gasparri avverte in proposito: «Un ministro ha incontrato due segretari su tre della maggioranza e questi sono fatti politici. Se i ministri tecnici fanno vertici con alcuni segretari si assumano le proprie responsabilità». Anche Ignazio La Russa è categorico: «Se qualcuno immaginava che il Pdl fosse nelle condizioni di dover subire il traino o le pressioni di altri che appoggiano Monti, si sbaglia. Il nostro appoggio al governo Monti continua ma le ragioni sono quelle di rispondere all’attacco finanziario internazionale e alla crisi economica».

«Il Pdl non risolve i guai del Pd»
«Se mi devo incontrare con i colleghi segretari per soddisfare sete di poltrone Rai oppure per far restare unito Bersani con Di Pietro e Vendola con la foto di Vasto, parlando di giustizia, mi pare che sarebbe un vecchio teatrino della politica e a questo mi sottraggo» ha spiegato il segretario Alfano. «Non ci andrò da Monti, perché mi pare di capire che lì si voglia parlare di Rai e di giustizia e forse ci eravamo sbagliati nel credere che i problemi degli italiani fossero la crescita, lo sviluppo economico e l’economia», ha poi aggiunto.

Il bluff del Pd
Nelle stesse ore in cui si consumava lo strappo tra Bersani e  Alfano, il Pd cercava di organizzare una ritorsione politica, rischiando di finire in un vicolo cieco. Alla Camera, durante la discussione sul ddl Semplificazioni, andava in scena uno scontro tra il sottosegretario Polillo e il relatore del Pd. Immediata la minaccia: se il governo mette la fiducia su un suo maxiemendamento, noi non la votiamo. Poi il dietro-front e l’intesa: si vota sul testo della Commissione. Qualcuno aveva creduto a un Bersani che lascia campo libero a una maggioranza Pdl-Terzo polo?