Addio a Lucio Dalla, cattolico e irregolare

Non “era un bell’uomo e non veniva dal mare”, come invece il protagonista del suo primo successo che scandalizzò il Festival di Sanremo del 1971, anche se il mare lo ha amato intensamente, “colpa” della mamma che da piccolo lo portò in vacanza a Manfredonia. E che, seconda “colpa”, gli regalò a tredici anni un clarinetto. Da allora non ha mai smesso di suonare, scrivere, produrre. E di incantare, di scandalizzare, di sorprendere. Per genialità e umanità.

Tutto comincia con “4 marzo 1943”
Da ieri Lucio Dalla non c’è più. Lui, arcitaliano, se ne è andato a morire a Montreux in Svizzera dove si trovava per una serie di concerti. Chi lo ha sentito mercoledì sera lo ricorda felice della performance, di ottimo umore («stava bene», dice Roberto Serra, suo amico storico e fotoreporter di professione.). Tra due giorni avrebbe compiuto 69 anni: era nato il 4 marzo 1943, che è anche il titolo della canzone che ha dato il “la” al suo quarantennale successo. Con quel brano, su parole della poetessa Paola Pallottino, conquistò il terzo posto assoluto al Festival di Sanremo del 1971. Con il titolo iniziale di Gesù Bambino (ritenuto irrispettoso), la canzone in un primo tempo venne censurata – tra le pieghe delle note la storia scabrosa di una ragazza madre, figlia di un ignoto soldato americano –  e poi ammessa alla manifestazione con alcune modifiche chirurgiche. Non era malato, è morto «stroncato da un attacco cardiaco», scrivono le agenzie.
Sono stati i frati della basilica di San Francesco d’Assisi i primi a darne la notizia su Twitter, poco dopo mezzogiorno, ventitrè minuti prima dei lanci d’agenzia. «È morto Lucio Dalla, dolore e sgomento della comunità francescana di Assisi per l’improvvisa scomparsa del Cantautore di Dio – si legge nel profilo della rivista on line dei francescani – i frati del sacro convento sono sicuri e certi che San Francesco lo accoglierà per portarlo alla presenza del Signore». Il “blasfemo” Dalla degli esordi dritto in Paradiso? Ecco il Dalla che non ti aspetti: credente, cattolico osservante, con una spiritualità fortissima vissuta e rielaborata dalla sua personalità originale, poliedrica, forse contraddittoria a una lettura superficiale.

Il Dalla che in pochi conoscono
È lui stesso a demolire la vulgata che per anni gli ha affibiato l’etichetta di marxista (ma in pochi sanno che frequentò giovanissimo la Giovane Italia bolognese). «Non sono mai stato né marxista, né comunista. Se mi sono esibito alle manifestazioni di sinistra è perché sono un professionista: gli organizzatori mi hanno pagato e io ho cantato. Punto. Non credo che un cattolico – perché io tale sono – debba rifiutare le offerte che gli vengono fatte solo per una questione ideologica», disse nel corso di un’intervista.Antiabortista convinto (basta riascoltare le note di Futura), era convinto che «la vita va difesa sempre e comunque, dal suo momento iniziale sino alla fine naturale» e nell’esistenza di tutti i giorni diceva di cercare di contrastare ogni forma di ateismo e di secolarismo, «fenomeni che mortificano purtroppo i nostri tempi». Una mammoletta? Certo che no. Un educatore? Ancora meno. A poco ore dalla notizia dell’infarto, le note delle canzoni più famose riecheggiano dalla sua casa bolognese di via D’Azeglio: le persiane del grande appartamento sono chiuse, ma dalle finestre escono le note di Caruso, considerata il suo capolavoro, e di Canzone.

L’ultima apparizione in tv
La sua ultima uscita pubblica in Italia è di pochi giorni fa con la partecipazione al Festival di Sanremo, dal palco dell’Ariston ha diretto l’orchestra per la canzone Nanì, cantata dal giovane Pierdavide Carone. «Anche lassù ci sarà una Piazza Grande ad aspettarti», è uno delle centinaia di post che si rincorrono da ieri mattina sulla rete: i messaggi dei social network rendono l’effetto-Dalla sul pubblico (dai sessantenni ai giovanissimi) molto più delle dichiarazioni ufficiali di politici, opinionisti e musicologi di fama che fanno a gara nel raccontare l’aneddoto personale e nell’intonare litanìe tutte uguali del genere «Dalla è stato la colonna sonora della mia generazione», «ha dato lustro all’Italia», «se ne va un grande talento». Chapeau, a questo punto, a Francesco De Gregori che non vuole commentare la morte dell’amico-collega, «sono molto triste», dice lui che ne avrebbe di cose da dire. Dal memorabile tour Banana Repubblic all’ultimo concerto insieme nel 2010, a trent’anni da quell’esperienza, fino alla trasmissione condotta insieme su Rai 2, intitolata Due.

Sperimentazioni continue
La sua produzione musicale ha attraversato tante fasi, frutto di sperimentazioni continue e della voglia di mettersi in gioco dedicando tutta la sua vita alla musica. Tre stagioni, quattro? Difficile da catalogare in capitoli definiti la sua parabola artistica (che non si limita alla musica ma contagia la poesia, il cinema, nel quale aveva lavorato con i fratelli Taviani, il fumetto) così come è impossibile e inutile stilare una classifica delle sue canzoni più belle. Certamente passò dal periodo beat degli inizi alla sperimentazione ritmica e musicale, fino alla canzone d’autore, arrivando a varcare i confini della lirica e della melodia italiana.

Il jazz degli inizi
Si appassionò al jazz fin da ragazzino, esibendosi in alcuni gruppi dilettantistici di Bologna e incontrando sul cammino Gianfranco Baldazzi, che diventerà il suo storico collaboratore. Poi i due si separarono e Dalla, maniaco della perfezione sul lavoro, decise di diventare referente unico della sua musica e di lì in avanti compositore e autore di tutti i suoi album. È del ‘77 Come è profondo il mare, che contiene Disperato erotico stomp che spopola sulla rete: l’album venne visto da molti fan come un tradimento e un cedimento a esigenze commerciali, critiche che non fiaccarono l’artista bolognese. L’anno dopo uscì Lucio Dalla, con singoli come Anna e Marco e L’anno che verrà. Il 1986 è l’anno di Dallamericaruso, che contiene  Caruso che vendette oltre otto milioni di copie e venne incisa in trenta versioni, tra cui anche una di Luciano Pavarotti con il quale duettò.

Arcitaliano
Nel 1988 arrivò il successo straordinario di DallaMorandi (con inediti scritti da Mogol, Mario Lavezzi, Battiato e Ron) e il lunghissimo tour, anche all’estero, nel quale i due miti della musica italiana, accompagnati dagli Stadio, giocavano a scambiarsi i brani incantando il pubblico. «Ci sentiamo all’improvviso parte di una stessa grande famiglia a cui viene a mancare il capofamiglia…», ricorda Vasco Rossi sulla sua bacheca di facebook. Burlesco, inquieto, giocava con la morte. «I politici ai miei funerali? Una buona ragione per non morire…», disse pochi anni fa a Maria Latella che lo stuzzicava insistendo «eppure ci saranno, qualcuno di loro se ne uscirà dicendo “Lucio Dalla è stata la colonna sonora della nostra vita”». E così è avvenuto. A noi piace ricordare il suo ultimo scritto, un’autentica poesia, pubblicata da Il Fatto quotidiano: «Mia madre è una bandiera e mio padre è il sangue dei morti per la patria». Eccolo il suo testamento, semplice e scomodo: “patria”.