Abc, il giorno dopo: la strategia di Alfano galvanizza il Pdl

«Se fosse stata sufficiente la foto non saremmo stati lì per più di sei ore a discutere». All’indomani del vertice di governo con Monti, le parole di Angelino Alfano hanno il senso di chi mette i paletti e rivendica un ruolo centrale nel buon esito dell’incontro. È vero che si ricomincia dall’Abc, (Alfano, Bersani, Casini) per stare ai rispettivi leader di Pdl, Pd e Udc, ma è vero soprattutto che la foto (che ritraeva tutti insieme appassionatamente) lanciata su Twitter da Pier Ferdinando Casini, non va minimamente paragonata a quella di Vasto. Quella era una photo opportunity di Bersani, Vendola e Di Pietro come a sancire un cartello elettorale, questo è solo uno scatto rubato nel corso di una trattativa politica. Lo smentisce recisamente il leader Pd l’indomani e lo ribadisce lo stesso Alfano a distanza, quasi a fargli da eco: «Condivido quello che ha detto Bersani, dopo il 2013 questa maggioranza non ci sarà più, perché noi del Pdl siamo una forza politica alternativa alla sinistra e crediamo in cose diverse da loro».
Se qualche certezza è invece emersa, è che il Pdl ha ripreso in mano l’agenda. Da Palermo, dove è stata presentata la candidatura a sindaco di Massimo Costa, Alfano ha fatto il punto sul vertice notturno di Palazzo Chigi: «È stato fatto un buon lavoro del quale sono soddisfatto. Adesso c’è da entrare nel merito dei singoli provvedimenti». In particolare, sulla riforma del mercato del lavoro, ha osservato, «mi pare che si vada avanti verso una flessibilità, verso una riforma dell’articolo 18, ma noi abbiamo un po’ di recriminazioni perché pensiamo che dieci anni fa lo stavamo facendo noi e sono state portate in piazza un milione di persone. In questo modo l’Italia ha perso dieci anni». Sul lavoro, «vediamo se questa riforma vedrà la luce. Noi confidiamo di sì. Di una cosa siamo preoccupati: le piccole e medie imprese non possono pagare il conto della riforma». Quanto al nodo Rai «siamo dell’idea che i partiti devono fare un passo indietro», ha affermato Alfano. «Non devono immaginare di potere fare una riforma della Rai solo per mettere le mani sulla Rai. Le leggi che ci sono si applicano e si va avanti rispettando le leggi che si sono».
Si va avanti, sapendo che gli accordi con la sinistra sono limitati con una precisa scadenza: «Anche in queste settimane – ha aggiunto Alfano – è stato molto evidente quanto siano differenti le cose nelle quali crediamo rispetto alla sinistra. Abbiamo messo al centro gli interessi dell’Italia, a cominciare dalla questione del lavoro e da quella delle banche alle quali chiediamo di impiegare i soldi che hanno ricevuto con un interesse dell’un per cento dalla Bce per le famiglie, i cittadini e le imprese».

Un ritrovato attivismo
L’altro dato che emerge all’indomani del vertice di Palazzo Chigi, è che il pallino è tornato nelle mani del Popolo della libertà. La conferma arriva dal profluvio di dichiarazioni positive degli esponenti del partito: dai capigruppo di Camera e Senato  ad alcuni ex ministri, passando per le dichiarazioni di deputati e senatori meno presente in tv e sui giornali. Non nasconde la soddisfazione Renato Brunetta: «Il vertice è andato bene, tanto sui problemi del mercato del lavoro, quanto sugli altri temi messi all’ordine del giorno. Abc, Alfano, Bersani e Casini hanno dato un segnale forte e positivo alla governabilità di questo Paese, quindi Monti non può che esserne soddisfatto». Maurizio Gasparri a Tgcom24 rivendica la centralità della politica del Pdl: «L’agenda sui temi del lavoro registra passi in avanti» e dopo l’apertura sul lavoro l’auspicio è che l’intesa si trovi anche sulla giustizia». Da parte del presidente dei senatori Pdl, c’è un incoraggiamento non di facciata nei confronti del segretario del partito: «Noi rivendichiamo il ruolo della politica e lo esercitiamo, Alfano ci rappresenta benissimo e ha anche una grande competenza su tutte le materie affrontate. Mi auguro che il governo recepisca il suo messaggio». Era dal giorno dell’investitura a segretario del Pdl che Alfano non incassava dai suoi un sostegno così unanime ed entusiasta. «Fa bene il nostro segretario nazionale Alfano – rivendica l’ex ministro Gianfranco Rotondi – a sottolineare come sia importante aver raggiunto l’intesa sulla questione lavoro e averlo fatto con l’apporto primario e fondamentale del Pdl. Bene anche l’aver ricordato come già nel 2002 il presidente Berlusconi aveva posto al centro dell’agenda politica una riforma importante come quella dell’art. 18». Gli esponenti del partito intonano tutti lo stesso refrain: il copyright della linea di questo esecutivo, di fatto è un "copia-incolla" del programma del Pdl. Come sulla legge anticorruzione. «Durante il governo Berlusconi, Alfano nella sua veste di Guardasigilli – dice Nino Germanà – aveva già elaborato un completo ed efficace disegno di legge contro la corruzione, che rappresenta il substrato sul quale il governo Monti, avendo già a disposizione una solida base di partenza, potrà operare attraverso integrazioni e supplementi».

Il disagio dei Democrat
Per altri motivi, esulta Pier Ferdinando Casini: «La maggioranza c’è, non è sparita», rivendica il leader Udc , che appellandosi alla linea della «responsabilità» fa un tifo spudorato per la grosse koalition, riaccendendo la discussione sull’eventuale futuro che questa maggioranza può avere. Futuro che per il Pdl e il Pd ha invece scadenza limitatissima. A riprova del cambiamento di clima, all’interno dell’alleanza Abc, c’è il disagio degli uomini di Bersani. Lo stesso segretario Pd è stato costretto a ricordare che il governo è nato per allontanare l’Italia «dal baratro finanziario» e che «ora con gli altri partiti che compongono la maggioranza stiamo facendo il possibile per affrontare l’emergenza. L’Italia è ancora molto nei guai, ma siamo alternativi. Civilmente alternativi, ma alternativi». Messaggio chiaro per compattare i suoi, già abbastanza demotivati da una linea politica che li vede in una posizione gregaria non solo rispetto al governo dei tecnici, ma dopo il vertice, anche rispetto al Pdl. Messaggio chiaro, una volta finita l’emergenza, si cambia. Insomma, con il Pdl, è solo tregua, ma dal 2013, nemici come prima.