Violante: «Riforma elettorale, nessun paletto dal Pd»

Non si sbottona sui contenuti, è nel suo stile, conferma però che sta lavorando sodo per riformare l’attuale sistema elettorale («bisogna cambiare la legge entro la fine della legislatura»), polemizza sulla proposta, «tutta ideologica», che introduce la responsabilià civile dei giudici e denuncia la crisi gravissima del ruolo del Parlamento. Luciano Violante, autore di una bozza di riforma elettorale di cui si parlò a lungo, ma che non andò in porto, non è facile all’ottimismo o forse è scaramantico, perché stavolta potrebbe essere la volta buona.

Argomento del giorno, il voto favorevole della Camera sulla responsabilità civile dei giudici. Che ne dice?

L’emendamento approvato è un pasticcio ideologico del tutto inattuabile, ma segnala un’insofferenza di una parte del mondo politico, secondo me infondata, ma che non va sottovalutata. L’errore giudiziario è di difficile individuazione: ha sbagliato il giudice che ha assolto o quello che ha condannato? Chi risponde in un collegio di tre o di cinque magistrati?

Come se ne esce?

Più severa e credibile deve essere,  invece, la responsabilità disciplinare di tutti i magistrati, ordinari, civili e contabili.

In molti dicono “ma perché i giudici non pagano mai per i loro errori?”. Si tratterebbe di una riforma tutta italiana…

Non è così, in tutti gli Stati democratici è lo Stato che risponde direttamente per gli errori giudiziari, a meno che non ci sia dolo. Il principio della responsabilità civile diretta dello Stato è stato fissato tanto dalla Corte Costituzionale, quanto dalle istituzioni giudiziarie europee.

Addirittura?

Per un principio di civiltà giuridica e di garanzia dei diritti dei cittadini, che non devono temere una controparte più potente e perciò minacciosa nei confronti del giudice.

E veniamo alla legge elettorale, a che punto siamo?

Diciamo che sono tutti d’accordo sulla riforma di questa legge che ha concentrato un potere enorme sulle oligarchie dei partiti, togliendolo ai cittadini. Finora il Pdl ha rinunciato al premio di maggioranza e noi al doppio turno di collegio.

Per tutti è una priorità da affrontare entro la scadenza della legislatura, tutte le forze politiche rigettano il Porcellum, a parole sembra facile procedere. E il governo tecnico che ruolo giocherebbe?

Le riforme elettorali e costituzionali non competono al governo Monti, che è nato per affrontare le questioni economico-finanziarie, ma al Parlamento.

Che cosa salviamo della legge vigente? L’introduzione delle preferenze può risolvere il problema dei parlamentari nominati dalle segreterie dei partiti?

Sulle preferenze sono tutti contrari. Potremmo immaginare un sistema tedesco ma con un riconoscimento alle liste collegate.

Anche lei è contrario al ritorno della preferenza sulla scheda? Chi è più ostile sostiene che faciliterebbe il clientelismo e la corruzione…

Sono contrario ma non per queste motivazioni. Sono contrario perché aumenterebbero i costi della politica, perché avrebbe la meglio il voto organizzato – da partiti, sindacati, corporazioni – rispetto al voto dei singoli cittadini.

Però il radicamento territoriale non è un difetto…

Certo, ma si può valorizzare con il collegio uninominale.

Quali sono allora i paletti irrinunciabili per la riforma elettorale?

Non ci sono.

Va bene, lei non vuole anticipare nulla…

È vero, del resto chi mi conosce lo sa.

Qual è, al di là delle formule tecniche, la filosofia che muove la riforma del sistema per eleggere i parlamentari?

È necessario restituire al Parlamento e alla politica le proprie funzioni: risolvere i problemi dei cittadini, tracciare il cammino della nazione, prevenire e comporre i conflitti.

La crisi dell’attività parlamentare non è il frutto anche della crociata anti-casta?

La disaffezione dalla politica è l’effetto di un Parlamento che non funziona più, che non dà servizi. Certo le spese ingiustificate vanno ridotte, ma soprattutto bisogna restituire autorevolezza all’istituzione.

Da ex presidente della Camera, deve essere molto amareggiato…

Le racconto um aneddoto: quando presiedevo la Camera dei deputati ebbi una discussione con Tatarella, con il quale avevo un rapporto da avversario leale (ci conoscevamo dai tempi dell’università), a proposito di alcuni incidenti in Aula. Fui molto duro nel comminare sanzioni ai responsabili. Tatarella mi “rimproverò” dicendomi che spesso un conflitto in Aula può evitare un conflitto nella società. Aveva ragione. La crisi del Parlamento è responsabile della crisi della politica; non esiste crisi della politica quando il Parlamento funziona e viceversa. La riforma elettorale non è un meccanismo che stabilisce la distribuzione dei seggi, ma uno strumento per cominciare a restituire al Parlamento il suo ruolo. Perciò va approvata.

Crede che il Parlamento riuscirà a chiudere questo capitolo con un’intesa bipartisan?

Le risponderò quando avrò letto il testo delle riforme sulla Gazzetta Ufficiale.