«Via dal Parlamento dopo trent’anni»

Berlusconi butta lì una bombetta che non a caso i suoi colleghi strategicamente fingono di ignorare. «Chi sta in Parlamento da oltre trent’anni dovrebbe fare un passo indietro».
L’unico a commentare è un “non allineato” al politicamente corretto, Francesco Storace: «Fini, Casini, Rutelli e Pisanu appendano gli scarpini al chiodo: si può fare politica anche ai domiciliari. Trent’anni e più in Parlamento sono un’ eternità», dice il segretario della Destra. Ma il tema del ricambio generazionale della classe politica è scottante, su tutti i fronti. E per  partiti rappresenta da sempre un tema difficile da sviluppare. Basti pensare che nello Statuto del Pd è previsto che dopo due legislature i parlamentari non possano essere più ricandidati. Peccato che le “deroghe” per i big siano state sempre più importanti del rispetto delle regole interne.

Berlusconi e Monti
All’indomani della sentenza sul caso Mills, Silvio Berlusconi ha affidato il suo pensiero al Corriere del Ticino per un giro d’orizzonte sulla situazione politica italiana: «Fin dall’inizio abbiamo sostenuto Monti con il nostro voto, lo stiamo facendo e lo continueremo a fare con lealtà e senso di responsabilità, per l’interesse superiore dell’Italia. Il governo dei tecnici è sostenuto quasi dall’intero Parlamento, e solo questo largo appoggio può consentirci di fare quelle riforme che una sola parte politica non può fare con i suoi soli voti», ha sottolineato l’ex premier, che s’è detto ottimista sulla possibilità di portare a termine le riforme. Che avrebbe voluto fare lui. L’unico rincrescimento di Berlusconi è proprio quello di non essere riuscito in questa impresa: «Ho un unico torto: non sono riuscito a convincere il 51% degli elettori a darmi il loro voto. E per fare le riforme costituzionali serve almeno il 51 per cento». Quanto alla popolarità di Monti nel centrodestra, l’ex premier osserva: «I bilanci si fanno sempre alla fine. Ma tutti vedono che vi è una sostanziale continuità tra il programma di Monti e quello del governo da me presieduto».

La difesa del bipolarismo
In tempi di governissimo e di larghe intese sul governo tecnico, sono in tanti a sostenere che alla fine del percorso delle riforme si troverà un’intesa su una legge elettorale in senso proporzionale che mandi in soffitta il bipolarismo. Berlusconi, ieri, ha però smentito categoricamente: «In questi anni abbiamo introdotto in Italia un sistema bipolare che ha ridotto il numero dei partiti e assicurato una maggiore durata del governo rispetto al passato. Ricorda? Reggevano in media appena undici mesi. La nuova legge elettorale sarà una buona legge se, oltre a consentire agli elettori di scegliere il proprio rappresentante, lascerà intatte le conquiste del bipolarismo e della governabilità. Questo non significa certo aumentare il numero dei partiti. All’Italia non serve tornare al carnevale di Rio della politica».

Il futuro del premier
«Continuerò a fare politica, ma in modo diverso dal passato. Non mi candiderò più alla guida del governo, ma come presidente del primo partito italiano in Parlamento agirò da “padre fondatore”, darò consigli alle nuove leve, cercherò di trasmettere quei valori di libertà e di democrazia per i quali sono sceso in campo e che sono tuttora il nostro credo politico, contro quella cultura dell’invidia, dell’odio e del giustizialismo che finora ha dominato gran parte della sinistra in Italia».  L’ex premier ha parlato della necessità di un rinnovamento generale della politica e cita l’esempio di «Alfano, eletto all’unanimità dal nostro Consiglio. Ha 35 anni meno di me, è autorevole e realizza il cambio di generazione di cui tutta la politica italiana ha bisogno. E le dirò di più. Sarebbe ora che anche gli altri politici che siedono in Parlamento da trent’anni, se davvero credono in ciò che dicono sui giovani e sulla necessità di innovare, facessero un passo indietro. Se qualcuno nel Pdl non crede in questo cambiamento, dovrà ricredersi». Ed ancora. «Il simbolo del Pdl sarà presentato ovunque alle amministrative, ma occorrerà tener conto del fiorire di liste civiche. Per tradizione, alle elezioni amministrative c’è sempre stato in Italia un fiorire di liste civiche. Penso che la crisi dei partiti accentuerà questa tendenza. E noi dovremo tenerne il giusto conto, e tessere la tela delle alleanze, anche a livello locale, per vincere», conclude.