Ustica, mistero senza fine: si spera negli archivi libici

Ustica anno zero: a quasi 32 anni dalla strage del Dc9 Itavia dove sono morte 81 persone tra passeggeri ed equipaggio, la ferita non si rimargina e le certezze si sgretolano.
Ieri abbiamo ospitato l’articolo del nostro collaboratore Marco Valle, dal titolo: “Strage di Ustica, le accuse di Cossiga trovano conferma”. Secondo la ricostruzione dell’autore, «l’incidente di Ramstein non fu causato dall’errore del pilota». Una ricostruzione avallata dai sospetti sollevati a suo tempo dal presidente della Repubblica, morto nell’agosto del 2010. A questo si aggiunge la tesi del complotto che avrebbe eliminato i testimoni scomodi dell’incidente provocato dal missile di un aereo (un Mirage francese, secondo l’autore). Tra loro Ivo Nutarelli, uno dei piloti delle Frecce tricolori morto sui cieli di Ramstein, in Germania, durante un’esibizione acrobatica nella base Nato, il 28 agosto 1988. In quell’occasione con Nutarelli morirono anche i piloti Mario Naldini e Giorgio Alessio. Citando una denuncia del 31 gennaio dell’avvocato Daniele Osnato, legale dei parenti delle vittime della strage di Ustica, si è tornato a parlare di depistaggio: «Analisi tecniche e testimonianze inducono la difesa a pensare che l’aereo di Nutarelli sia stato sabotato», è l’accusa di Orsato.
Per l’Aeronautica militare italiana queste accuse «sono smentite da obiettive risultanze investigative e processuali». Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica, ha ricordato che «sono state costituite due commissioni di investigazione, una nazionale e l’altra internazionale, quest’ultima composta da ufficiali italiani, tedeschi ed americani, che a seguito degli accertamenti tecnici effettuati dopo l’incidente hanno escluso la possibilità di avarie o malfunzionamenti dei velivoli coinvolti nella sciagura aerea». In particolare, in quella nazionale, «il giudice istruttore del Tribunale di Udine dottor Roberto Paviotti, ha concluso l’indagine evidenziando che l’evento di Ramstein non è ascrivibile a responsabilità penale di alcuno».
Una posizione che ribadisce punto su punto il generale Vincenzo Manca. Una carriera in Aeronautica militare, prima come pilota poi percorrendo tutti i gradini della carriera  giungendo ai vertici più alti della gerarchia aerea. Nella sua attività parlamentare è stato vicepresidente della Commissione stragi, posizione che gli ha consentito di scrivere numerosi libri sulla strage di Ustica. Nell’ultimo, Giustizia e Verità-Ustica
 (Koinè, nuove edizioni 2010), ha cercato di scalfire quello che lui ha definito «l’immaginario collettivo che vuole vedere nalla caduta del Dc9 nelle acque di Ustica il coinvolgimento dell’Italia in operazioni di guerra non dichiarata tra Francia e Libia».
Il generale Manca prova a smontare tutto quello che crediamo di sapere: «Il vero muro di gomma, per parafrasare il film ispirato all’inchiesta di Andrea Purgatori, è quello dei media che hanno deciso a tavolino che ad abbattere l’aereo che andava da Bologna a Palermo è stato un missile. Quindi tutto quello che non entra in questo teorema, non viene preso in considerazione». Terreno scivoloso, ma è stato proprio uno dei grandi potenti della prima Repubblica, Cossiga, a parlare di un complotto. Qui Manca non ci sta: «Non mi riferisco a voci, né a quello che ha detto un giornalista, un avvocato, un giudice istruttore. Mi baso solo sui documenti ufficiali e alle testimonianze dirette».
Quindi? «A me personalmente il presidente Cossiga ha detto il contrario. E se non crede a me, creda alla sentenza civile di Palermo del giudice Protopisani, che a tal riguardo ha scritto di “contraddittorietà delle tesi esposte dal presidente Cossiga”». Insomma, Cossiga non era attendibile. Su Ramstein, «ha risposto bene l’Aeronautica militare». Nessun missile? Per il generale Manca la pista giusta è quella libica: «Le ricordo due date: 27 giugno 1980, esplode in volo un aereo da Bologna a Palermo. Poco più di un mese dopo, il 2 agosto 1980, e qui torna Bologna, una bomba esplode alla stazione provocando la strage che conosciamo. Vedo un link». Inoltre «undici dei migliori periti del mondo hanno scritto che l’esplosione è stata causata da una bomba e non da un missile». Perché sarebbe stata proprio la Libia di Gheddafi? «Per l’analogia con altri due aerei esplosi in volo, Lokckerbie e Tenerè, che sono stati riconosciuti come attentati ad opera dei terroristi del Raìs». L’ex vicepresidente della Commissione stragi ha anche il movente: «Una ritorsione libica contro l’Italia per le trattative con Malta che avrebbero limitato le basi di rifornimento di armi di Tripoli». Speranze di avere qualche evidenza definitiva? «Confidiamo nell’apertura del governo provvisorio libico. È passata sotto silenzio la loro disponibilità a fare chiarezza su quanto accaduto il 27 giugno 1980».
Una questione tutt’altro che conclusa: in questi giorni, a Palermo, è cominciato il processo d’appello con i ministeri della Difesa e dei Trasporti che contestano la condanna subita a risarcire, con centodieci milioni di euro.