Un libro sincero su Gerusalemme

Finalmente un libro sincero, quello di Fiamma Nirenstein, A Gerusalemme (Rizzoli, pp.213). Finalmente un libro che non rincorre la citazione più dotta e non fa a gara per raggiungere l’elevazione spirituale più alta. Un libro su Gerusalemme, che parla anche dei sacchi dell’immondizia e dei terribili ragni che chiunque vi abbia davvero abitato si è trovato inesorabilmente nel bagno. Un libro che non fa mistero di essere «il racconto della mia storia d’amore con Gerusalemme» (pag. 59) e che confessa questo amore senza pudori e con le complici ingenuità che all’amore incondizionato da sempre si tributano. Un libro sincero ma tutt’altro che neutro, come avrebbe potuto esserlo del resto?,  e ancor meno, se ci si consente, innocuo.
La tesi è chiara e diretta: Gerusalemme è la città degli ebrei, punto. Essa «non è pretestuosamente ebraica: lo è nell’anima» (ibidem). Questa città millenaria, con i suoi quartieri così diversi l’uno dall’altro, con le tante lingue che la popolano, con l’infinito rincorrersi di sinagoghe, chiese e moschee, è ebraica, punto. La storia lo attesta, al di là dell’«odioso negazionismo di Arafat» (pag. 55 e ss), la tradizione lo reclama, «l’anno prossimo a Gerusalemme!» così si rinnova la promessa a ogni festa ebraica, e l’attualità lo impone, «Lo Stato di Israele ha il compito storico di mantenere la Città Santa alle tre religioni monoteiste aperta a tutte le fedi e ad ogni liberà civile: e nessun altro lo può e lo deve fare, Israele è l’unica aggregazione democratica dei dintorni» (p.205). Gerusalemme capitale amministrativa e burocratica di Israele, quindi, non solo città degli ebrei e loro capitale morale e spirituale. Conclusioni, che l’autrice stessa avverte: «Sono sicura scontenteranno quasi tutti» (ibidem).
Sinceramente sono fra i tutti. Anche se accolgo la tesi di una opportunità della gestione israeliana e della non divisibilità della città come ipotesi di lavoro, a patto di approfondire il concetto di democraticità. Ma con la stessa sincerità con cui Fiamma Nirenstein mi racconta della sua Gerusalemme, e me ne fa ingolosire a ogni pagina un po’ di più, con quella stessa sincera passione vorrei trasmetterle un’altra sensibilità su questa città. Una sensibilità di non ebrea che tuttavia a Gerusalemme si sente a casa propria, e rivendica la pienezza di questo sentire come Fiamma Nirenstein fa del suo esser fiorentina. Non perché la crede una città al di sopra delle fedi, stinta in un universalismo senza nome, ma perché la avverte come non riducibile. Come ricorda il salmo sono salde le mura di Gerusalemme, ma la sua anima non è recintabile. Né si può scavarla come la Troia di Schliemann, rifacendo a gara a chi si accaparra lo strato più antico, perché quello è come costruire una nuova Torre di Babele alla rovescia. Torre che Dio fece crollare e che rappresentava la protervia del pensiero unico e dominante, della pietra posta sopra l’altra pietra, della lingua unica che non permette il dialogo, cui Dio costrinse poi l’umanità, confondendola nelle mille lingue. Gerusalemme è restia alle torri, anche nella sua morfologia.
Pietra sopra altra pietra, come mi spiace veder leggere così l’edificazione delle moschee alla spianata. E parlo da cristiana. Forse sarà colpa di Panella, citato come fonte (pag. 24), ma Gerusalemme non è per i musulmani «un manifesto ex post dell’islam, e tale rimasta proprio per il contrasto con le religioni precedenti» (pag. 26), perché se è vero che non è citata espressamente nel Corano, è vero che il Profeta dell’islam fece pregare rivolti a Gerusalemme fino quasi alla sua morte, prima di portare la qibla verso La Mecca. E quindi a pieno titolo essa è considerata la Santa dai musulmani di tutto il mondo, fino in Indonesia. E così è anche nella storia del cristianesimo, le cui chiese erano sempre rivolte a oriente, a Gerusalemme, prima di poter essere poi orientate in modo libero. Questo è nella natura di questa che è più di una città, ma non è ancora quella celeste. Essa orienta a sé, come punto di origine, ma poi distrae da sé e disorienta. Davvero «non si capisce nulla. Nessuno capisce nulla di Gerusalemme al primo impatto» (pag. 79). È così. Una città che non si può nemmeno definire accogliente. Eppure ti vuole. E la mia sensibilità su Gerusalemme mi fa leggere diversamente il famoso episodio riportato da Tacito, e citato anche da Fiamma Nirenstein, in cui Pompeo penetra nel sancta sanctorum e si stupisce di trovarlo vuoto. Non fu deluso, io credo, Pompeo di non vedervi tesori da predare o divinità da ingraziarsi, ma fu preso da sgomento avvertendo che davvero lì abitava Dio. La stessa sensazione che mi pervade quando visito il santo sepolcro, e lo trovo vuoto. E ancora Gerusalemme mi racconta che non è solo una sovrapposizione, quella di Ismaele con Isacco, per i musulmani. Non è un’altra pietra della torre di Babele, Ismaele sopra Isacco, ma è qualcosa della promessa che Dio fece ad Agar, che si avvera. Questa ragazza, la schiava cui Abramo si rivolse interpretando male la profezia che lo voleva padre, gli partorì Ismaele per poi essere abbandonata al suo destino nel deserto. Ma Dio le promise di non dimenticare la sua stirpe e che se ne sarebbe preso cura, almeno secondo la Genesi. Gerusalemme mi sembra ribellarsi a ogni riduzionismo, e non saranno logiche esclusiviste di nessun colore, figuriamoci quelle di Hamas, a sopraffarla. Davvero è destinata alla libertà, ogni tanto contro ogni evidenza e apparenza, davvero essa ne è un baluardo e la sua storia e la sua vita sono lì a dimostrarlo anche oggi. E senza paura di sottrarle nulla, anzi, anche io, non ebrea e non sionista,  mi sento di dire che «Gerusalemme è mia» (pag.22).