Sul lavoro il Cav aveva ragione e la Fornero ora ha gioco facile

Quando l’estate scorsa il governo Berlusconi, nell’ambito della cosiddetta manovra estiva, introdusse il licenziamento per motivi economici, i sindacati prepararono le barricate, la stampa parlò di licenziamenti facili e le opposizioni fecero muro fino a costringere l’esecutivo a ritirare la norma. Adesso che invece, sullo stesso argomento, sono al lavoro Mario Monti e il suo governo tutti parlano di problema di civiltà, di esigenza di modernizzare il settore. Perché, sostengono anche a sinistra, c’è la necessità di rendere più flessibile l’accesso e l’uscita da un mercato che oggi, con le sue ingessature, tutela chi ha già un’occupazione, ma alza barriere all’ingresso di chi un lavoro non ce l’ha. Meglio tardi che mai, dirà qualcuno. Ma non c’è dubbio che in questo modo si è perso del tempo prezioso, si sono favorite le speculazioni e, nello stesso tempo, si è confermato che contro il Cavaliere a Palazzo Chigi era in atto una vera battaglia senza esclusione di colpi, che ha portato lo spread tra i nostri Btp e il Bund tedesco molto vicino ai 600 punti base costringendo Berlusconi alle dimissioni.

Soccorso alla Fornero
In vista della ripresa del negoziato il Wall Street Journal, prestigioso e autorevole quotidiano internazionale di New York con una media di oltre due milioni di copie stampate – che in passato non ha lesinato stoccate al Cavaliere – arriva addirittura a sostenere che la più grande minaccia alla crescita economica dell’Italia non è il debito pubblico, ma l’articolo 18, «relitto degli anni Settanta che rende impossibile licenziare anche il più incompetente dei dipendenti e, in modo perverso, causa  ciò che dovrebbe prevenire: la disoccupazione». «A causa di questa norma l’Italia – si argomenta nell’editoriale di Matthew Melchiorre –  è diventata il secondo peggior Paese in cui fare impresa dopo la Grecia». Come sostegno e soccorso alla Fornero non c’è male. Adesso il ministro e tutti i Monti-boys sanno che se riusciranno a far passare l’abolizione o il ridimensionamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori godranno di riconoscenza eterna, anche all’estero, e quindi si guarderanno bene dal disimpegnarsi. Anche perché dal fronte sindacale l’ostracismo non è per nulla uguale a quello che si determinò la scorsa estate. E quindi il cammino potrebbe presentarsi più in discesa del previsto.

La Cisl cambia idea
Nelle file della Cisl si aprono già i primi varchi. Il segretario generale Raffaele Bonanni dice no alla soppressione sic et simpliciter dell’articolo 18, ma è disponibile alla revisione dei tempi di giudizio per le cause di lavoro. Tutto qui? No. I veri termini della questione li precisa il segretario generale aggiunto dello stesso sindacato Giorgio Santini, che parla di «due distorsioni da correggere». La prima riguarda «la dilatazione dei tempi di giudizio», mentre le seconda risiede nel fatto che molto spesso «il tema dei licenziamenti collettivi, affrontato con legge 223, lascia fuori i licenziamenti individuali per motivi economici, occupandosi di quelli fino a un massimo di quattro unità». La proposta della Cisl è di «estendere la 223 anche ai casi individuali, eliminando il ricorso all’articolo 18». E anche Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, su questo fronte appare possibilista. Tutto bene. Verrebbe solo da chiedersi perché adesso diventa possibile quello che quest’estate rappresentava una vera e propria iattura. L’artcolo 8 della manovra estiva, infatti, non voleva introdurre altro che questo.

La Cancellieri rettifica
Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, guarda alle polemiche suscitate dalla propria uscita sul fatto che gli italiani «sono fermi al posto fisso nella stessa città a fianco di mamma e papà» e ammette di essere andata un po’ oltre le righe. «Ho usato una frase infelice che è suonata come una mancanza di rispetto», afferma. I termini della questione, però, non si spostano di un millimetro. «Intorno al lavoro – sostiene – c’è molta ideologia. Alla fine tuteliamo chi è nel recinto e non chi è fuori dal recinto. È un’ingiustizia colossale». Una presa di posizione che letta nel contesto del quadro già tracciato dal ministro del Welfare Elsa Fornero e dal presidente del Consiglio Mario Monti non lascia adito ad equivoci: la questione dell’articolo 18, come lunedì ha ripetuto anche Emma Marcegalia, presidente di Confindustria, «è sul tavolo». E lo rimarra anche nei prossimi incontri di Palazzo Chigi, anche se Susanna Camusso e Giovanni Centrella fanno sapere di non gradire. «Il problema – dice la leader della Cgil –  non è se il posto è fisso o non è fisso: il posto per ora non c’è». E Centrella parla di «lezioni inutili che arrivano dai ministri», perché il posto fisso è già stato spazzato via dalla crisi.