Quando la destra si organizzava sul “manifesto”

La storia della destra italiana, proprio per la sua essenza anti-ideologica,  è una storia “stratificata”, fatta di scissioni, di rettifiche e di integrazioni, e dunque tutt’altro che assimilabile al mero ambito nostalgico, dove per anni l’hanno voluta prigioniera una vulgata partigiana e certa politica ad excludendum. Prova ne siano gli accesi dibattiti tra visioni alternative e la ricchissima presenza di una pubblicistica d’ambiente, spesso espressione di gruppi organizzati, che ha segnato la nascita del Movimento sociale italiano, accompagnandone la crescita e le alterne fortune politiche. Tra le prime realtà di questo complesso arcipelago politico-culturale un ruolo rilevante ha avuto il Partito fusionista italiano, nato a Bari, nell’aprile 1946, dall’esperienza di Manifesto, in assoluto il primo periodico espressione di una destra post-fascista, creato e diretto da Pietro Marengo, già dall’aprile 1945.
Al Partito fusionista Italiano è ora dedicato un approfondito saggio di Guido Jetti, La destra prima della Fiamma. La parabola del Partito fusionista italiano, (Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, Roma 2011), che colma una lacuna nel pur ampio panorama della storiografia della destra italiana.
L’autore, già magistrato e studioso rigoroso della storia contemporanea, ricostruisce con dovizia di citazioni e un puntuale riferimento alle fonti, il ruolo del giornale voluto da Marengo, essenziale per cogliere le vicende che portarono alla nascita del Partito fusionista, sgombrando il campo da qualsiasi assimilazione nostalgica. In Manifesto, nota Jetti, è infatti non solo assente qualsiasi fine giustificatorio del regime ma «nelle settimane seguenti la caduta della Rsi piovono le condanne alla “parentesi antistorica dell’oscurantismo totalitario”, ai “fattacci commessi dai neri corvi mussoliniani”, alla perversione nazista della cosiddetta razza eletta, che spiegava la resistenza ostinata, ai vittoriosi eserciti alleati, della “ciurma alla quale è stata tolta la gioia suprema del saccheggio”».
La critica nei confronti del fascismo avviene tuttavia da posizioni “di destra”, con un chiaro richiamo al nazionalismo, rivendicato con orgoglio, a partire dal retaggio coloniale, visto come «unica speranza per gli Italiani» e con l’invito alla pacificazione, collegata al superamento dell’antitesi fascismo-antifascismo e rimarcata dalla richiesta dell’amnistia nei confronti dei sopravvissuti fascisti.
Tutto questo – si noti bene – a ridosso dell’aprile 1945, in un contesto nazionale ancora insanguinato dalla guerra civile, il quale tuttavia spingeva il gruppo del Manifesto a chiedere una “fusione” di tutte le energie nazionali, a cominciare dalla memoria delle vicende vittoriose che avevano segnato la storia d’Italia (dai confini affermati nel  1919 all’Impero) e dei personaggi che per essa si erano sacrificati, ivi compresi i “perdenti” Carlo Borsani, Mario Appelius, Rodolfo Graziani.
Sulla base di questo retroterra culturale, nella primavera 1946, Pietro Marengo, Leonardo Pascazio e Franco Violante stilano l’atto di fondazione del Partito fusionista italiano, il cui programma è reso esplicito, in un’edizione straordinaria della rivista il 14 luglio 1946. Al centro un forte richiamo alla «supremazia dello Stato», visto come «Stato collaboratore» («promotore, regolatore degli interessi singoli e privati della nazione»), una visione “mista” dell’assetto istituzionale (una Camera elettiva, affiancata da una di tecnici nominati dal presidente della Repubblica), la tutela dell’integrità territoriale, il rifiuto del comunismo e dei principi liberali, con un sostanziale “revival” del corporativismo in versione democratica.
Nel vuoto politico presente a destra, le adesioni al neonato movimento non potevano non arrivare numerose, al punto che in pochi mesi si contano 34 delegazioni provinciali e 580 sezioni, in larga misura nelle Puglie e in Sicilia, con presenze anche a Milano, Firenze e Roma. «Ma – come nota Jetti – errori e attriti si frapposero alla crescita promettente. Sicuramente il mantenimento degli organi centrali a Bari fu una scelta infelice in quanto, lungi dal conferire autorevolezza, dette l’immagine di un partito regionale e non facilitò la tempestività decisionale, come sarebbe accaduto col trasferimento (reclamato dalla sezione romana) nella Capitale, sede del governo e luogo naturale d’incontri, di confronti, di trattative e di intese politiche».
La nascita del Msi, il 26 dicembre 1946, espressione “organica” del reducismo e delle istanze sociali e nazionali, anche di derivazione sindacalista, non poteva d’altra parte non venire in concorrenza con il partito di Marengo, schiacciato sulla destra dall’Uomo Qualunque e al centro dall’anticomunismo della Democrazia Cristiana. Nel contempo, come nota Giuseppe Parlato, nella prefazione al libro di Jetti, «nel breve lasso di un anno, dal marzo 1947 al marzo 1948, scomparvero – fisicamente o politicamente – coloro i quali sostenevano, dentro e fuori il Msi, l’obiettivo di un partito di destra moderata e non nostalgica: eliminato De Agazio, finirono al confino per diversi anni Pietro Marengo, Ezio Maria Gray e Giorgio Pini, mentre Romualdi venne arrestato in circostanze poco chiare che, già allora, fecero pensare più a motivazioni interne che esterne all’ambiente neofascista».
Inevitabile, nel clima di forte radicalizzazione politica determinato dalle elezioni dell’aprile 1948, che la capacità attrattiva del Msi si rivolgesse verso il Partito fusionista, costretto a subire una vera e propria diaspora di quadri e intere sezioni, con una crisi resa ancora più acuta da una serie di sconfitte elettorali, fino all’inevitabile “annessione”. La stessa cooptazione dei vertici del partito di Marengo non permise la nascita all’interno del Msi di una componente fusionista, a fronte degli orientamenti “terzoforzisti” che caratterizzarono l’esperienza del movimento guidato e organizzato, sul nascere, da Giorgio Almirante. 
Che cosa rimane, anche alla luce del saggio di Jetti, dell’esperienza fusionista? Certamente l’idea di una destra postfascista, cioè capace di confrontarsi senza nostalgismi con l’esperienza del regime da poco tramontato, rivendicando, nel contempo, con orgoglio, il portato di una cultura nazionale d’impronta statalista e insieme solidarista. Una destra che avrebbe potuto essere e che non fu, proprio per la sua capacità innovativa, in un contesto su cui inevitabilmente pesava una storia troppo recente e bruciante, difficile da archiviare e metabolizzare.